RECENSIONE: MRL Polivoks VCF clone n.003

Mad Rooster Lab Polivoks VCF clone n.003

Dal 1982 al 1990 dalle grigie pareti della Formanta Radio Factory sita in Kachkanar, ex CCCP, uscivano la bellezza di circa 100.000 unità della “risposta sovietica” a Moog, Roland e Korg. Il Поливокс, per gli amici Polivoks. Pensato dall’ingegner Vladimir Kuzmin e da sua moglie Olimpiada, appassionata di elettronica militare, questo synth, duofonico, è il risultato di una forma mentis tipicamente sovietica. A quel periodo la Russia era volutamente isolata economicamente e culturalmente, ancora di molto intrisa di quella filosofia militarista che, fortunatamente, cadeva con il Muro di Berlino. Al tempo i musicisti, le persone, non potevano accedere a qualsivoglia oggetto figlio del “lassismo capitalista”, la orrida decadenza dell’ovest. Chissà, magari avevano ragione.

Rokers, pomelloni, faccia dura, cuore di pietra. Cirillico! Questo è il Polivoks, e doveva provenire dalla Russia. Di questo sintetizzatore analizzeremo in questa recensione un solo modulo, il filtro, che come ben sappiamo è buona parte del timbro caratteristico di una dente di sega qualsiasi.

Arrivatomi qualche mese addietro, installato senza neanche guardare di striscio i componenti, bava alla bocca e mani tremanti come un tossico d’annata nell’astinenza del mattino, il Polivoks VCF di cui vi parlerò è uscito dai soliti toscani Mad Rooster Lab, Niccolò Caldini e Lapo Lombardi e con, non nascondo, una certa qual grande soddisfazione viscerale mi ha fatto sanguinare le orecchie dalla contentezza.

Sottolineo come questo modulo non sia commercialmente disponibile se non sotto forma di riscatto famigliare o favori di origine sessuale perché è un modello custom di cui esistono solo due esemplari, circuitalmente identici.

UNA SECONDA PREMESSA.

Se cerchi in rete trovi varie informazioni a riguardo del Polivoks. Molte sono corrette, e ciò è bello, mentre altre imprecise ma in assoluta buona fede. E poi ci sono loro: i superdei. Quelli che ne parlano ma non l’hanno mai ascoltato. Diffidate di uno che paragona il Model D al Polivok. E’ l’errore più comune. A coloro suggerirei di provarla la macchina, prima di scrivere fesserie, che se proprio non tengono al buon nome del loro muso almeno lo facciano per buona creanza. Qui c’è gente che lavora, cazzo. Il filtro del Polivoks non assomiglia affatto a quello di un Moog, chiaro?

In un intervista rilasciata dal suo creatore, Kuzmin, egli alla domanda “il Polivoks era ispirato ai vari Moog, Korg, Roland? Avevate contatti durante la progettazione con ingegneri dell’Ovest, o giapponesi?” la risposta, stupita, è stata: “Contacts? What contacts? What are you talking about? The only thing what we could do at that time as an engineer was to read Russian and foreign patents and literature. And sometimes to see the real electronic organs and synths at the professional music bands. Remember that I lived in the Urals which are thousands miles away from Moscow, so it was very rare that once or twice a year our city visited a professional band, and it was not the fact that this band had modern keyboard. More frequently we heard LPs with the sounds of synths. Of course our first goal was to give non-professional musicians something with modern bank of sounds similar to what they hear on LPs and it was not so important wether they’d look like Moog, Roland, Korg’s synths or not.

Il bello è che chi riporta la notizia, un noto sito di musica elettronica, poche righe prima accomuna il Polivoks al Mini, cosa che, avrete capito, mi fa proprio incazzare. 🙂

E incredibile a pensarci: più vado avanti nell’insegnare, studiare, apprendere, più mi rendo conto che su internet puoi fidarti solo di S.O.S, Gearsluts e, magari qualche voce amica per mail, se va bene…

IL FILTRO in generale.

Non assomiglia per niente ad un ladder Moog.

Si racconta che durante l’avanzata tedesca in Russia il motto delle truppe corazzate della Wermacht fosse, oltre al classico “Nacht Moskau“, il seguente: “Verboten ist zu vergleichen Filter Polivoks und Modell-D” (è proibito paragonare il filtro del Polivoks al filtro del Model D). Fidatevi dei tedeschi.     🙂

QUESTO FILTRO in particolare.

Come vi dicevo è stato prodotto dalle appassionate mani di Niccolò in quel di Greve, nell’autunno del 2012. Ha aspettato 3 mesi che gli arrivassero i componenti dalla Russia (!!!), o Ucraina non ricordo, poi gli sono arrivati, li ha provati, ha visto che erano meglio i nostri, così ha montato l’equivalente progettuale di ciò che prevedevano gli schemi di Kuzmin e così eccolo qua, ad ingrassare la già ben radioattiva situazione del mio laboratorio. Passiamo ad analizzare il suo pannello e contemporaneamente i suoi comportamenti funzionali.

INGRESSI. Alimentiamo i suoi ingressi, in numero di due, dei quali uno aggiunto da Niccolò per incrementare la versatilità del progetto, con un oscillatore a bassa impedenza. Questa dell’impedenza è la pecca principale, forse l’unica pecca, e la sottolineiamo subito e così ce la siamo levata. Come in molte architetture modulari, dove non esiste un manifesto, un codice, una serie di regole anche aleatorie a regolare la produzione e la progettazione, ci si imbatte qui in un caso di “simpatia”. La macchina, in questo caso il filtro, “sceglie” se gli garba o meno quella data sorgente, a seconda dell’accoppiamento d’impedenza. Contiamo che qui non siamo di fronte ad il synth di Kuzmin, ma ad uno solo dei suoi moduli. Ciò è meraviglioso per chi, come me, ha deciso di creare un grosso grosso synth unendo moduli, macchine e cpu di differente provenienza ma è anche vero che il medesimo filtro inserito in un contesto più ridotto, come quando fa parte di un vero e proprio Polivoks synth, è aiutato dal felice accoppiamento d’impedenza ragionato dal Kuzmin, in questo caso. Invece un Grendel Dronecommander ad esempio, figlio di un capace ma presuntuosetto texano, proprio non si sposa affatto con l’impedenza di Kuzmin. Un Little Phatty va già meglio. Ottimo il comportamento con un Korg MS-10 dell’80, ma insufficiente con un Virus TI non preamplificato. Va così, a pelle. Un’infelice accoppiamento d’impedenza, evitabile con l’utilizzo di pre o altro device con il quale invece il filtro va d’accordo, genera un timbro meno presente, sgranato, con un basso S/N. Il livello d’ingresso sembra non bastare mai ma è presto chiaro che oramai stiamo distorcendo il segnale. Il wind noise generato dalla resonance alta è invadente ed è difficile ottenere take pulite. Questo nel caso di un accoppiamento pessimo, che è una pecca piuttosto comune delle situazioni modulari. Quando invece il match è migliore si assiste ad un timbro pieno e deciso già in corrispondenza dei primi stadi di gain. Quando poi ci si ostina ad amplificare il segnale in ingresso nasce una piacevole distorsione dispari adattissima a leader cattivi.

LP/BP. È selezionabile la modalità Low Pass o quella Band Pass, ambedue fornite di una decisa curva di taglio a 24 dB/oct. Questo switch, all’atto di suonare, decisamente non è tra quella folta schiera di comandi che se attivati non sai se è successo qualcosa o no. I due circuiti hanno una precisissima differenza in basse frequenze, molto palese, che è quello che ci si aspetta e che in effetti è.

CUTOFF. Il range d’intervento manuale del cutoff si trova fra gli 80-100Hz ed i 7KHz esatti (NOTA: come nel 45 giri!). Per cui manualmente cancelleremo per davvero solo note con fondamentale superiore ai 200Hz circa. Inoltre il potenziometro del cutoff è stato settato internamente in modo da completare tutto lo scarto 100-7000 in mezza corsa, da 0 a 5 per dire. Arrivato a metà il cutoff è completamente aperto e lì si ferma. Sembra che ci sia dello spazio sprecato. Dietro a questa scelta invero c’è una ragione: le modulazioni di CV, per le quali sono disponibili nuovamente due ingressi, fanno compiere al filtro fluttuazioni piuttosto ampie e che, se non moderate, portano il filtro in spazi sonori del tutto inusitati. Il cutoff sottoposto ad una modulazione diretta +/-5V si sposta ampiamente al di là dei limiti descritti finora, specialmente nel range delle basse. Il potenziometro di cutoff quindi in funzione di questo range abbondante si comporta un po’ come potenziometro di offset per il CV in ingresso e ciò provoca un incremento delle possibilità di modulazione a parità di CV somministrato.

RESONANCE. Sorgente: una saw di Korg MS-10.

A resonance zero il taglio è netto pur rimanendo molto musicale. Si evince una certa tendenza a scurire il timbro che, ascoltato in bypass (ovvero togliendo il cavo), si dimostra più debole in livello ma più ricco di armoniche alte. Ciò è giustificato dalla massima frequenza manuale del filtro ovvero 7K, che comporta una perdita di 24+3 dB entro i 14K.

Con reso più elevata, tipo in posizione 3, assistiamo ad un netto recupero delle sopraddette alte in modo pressochè indistinguibile dal timbro originale, benchè ora esso risulti appena l’ombra del segnale processato in quanto a presenza e piacevolezza d’ascolto. Si guadagna in punch e definizione. Un toccasana.

Con resonance a 5: ecco che ti fa la “curvetta”. Le frequenze intorno alla frequenza di taglio sono enfatizzate in modalità “piacere impiacentito” ed ecco uscire fuori abbozzi di timbri formanti e lievi risonanze naturali.

Con resonance a 7: qua c’è il meglio del filtro. Un timbro proprio bello che è sul serio quello che volevi. Canta, non suona. Le alte sono recuperate ormai, ma il timbro “aggiuntivo”, il colore del filtro è inconfondibile e caratterizza pesantemente la ormai stupida dente di sega in ingresso.

Con resonance a 8: si accentuano ulteriormente le armoniche intorno alla frequenza di cutoff ma da questo punto in poi saranno sempre più chiare le imprecisioni “ballerine” che lo rendono un filtro unico. Più si stressa la resonance più il cutoff risulta instabile e biologico e più le “note” generate dal filtro si fanno sentire. Letteralmente un altro suono.

Con resonance 9/10: eccolo che va. Impazzito. L’auto-oscillazione di questo filtro è dipendente dal segnale in ingresso, ovvero di fronte ad un segnale alto in livello facilmente innesca prima. Sono letteralmente urli, comunicazioni aliene, notacce di basso distorto con corde di acciaio fuso, ingranaggi. Da sentire. Registri a caso, grossomodo in nota con il pezzo, poi abbassi tutto di livello, metti un delay lungo un mese e cassa e basso goa e due minuti di pezzo sono andati…

LE MODULAZIONI.

Come già detto inserendo modulazioni in CV si comprende il perchè al cutoff sia stato dedicato solo mezzo potenziometro. Il risultato di un segnale di CV quadrato è, a seconda del livello di attenuazione introdotto, un lieve movimento, una piacevole trovata da leader, un simil trance-gate impreciso o rumori di “gocce e cavi strappati” indebitamente ottenuti alzando di molto la resonance. Si può bellamente togliere il cavo di audio input e sentire tranquillamente quelle che ora, distintamente, sono proprio gocce che cadono a intervalli regolari. Un riverbero o un delay e ti saluto malinconia.

QUANDO HAI FINITO.

Ti accorgi che sono le quattro e un quarto solo alle quattro e un quarto. Dici ma dai… avrò cominciato, e che sarà stato, dieci minuti, un quarto d’ora fa… com’è possibile?

— pausa —

Lingue d’acciaio, dialetti babilonesi, schiocchi di dita e delay arrotolati. Muovi un po’ un rate di qualche LFO.

Vabbè mentrechecisono mi finisco la birra, me ne fumo ancora una…

 

Mad Rooster Lab Polivoks VCF clone

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One thought on “RECENSIONE: MRL Polivoks VCF clone n.003

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