RECENSIONE: MiniMoog Vojager XL n.0135

MiniMoog Vojager XL n.0135, particolare del pannello

Si è letto di tutto sul MiniMoog Vojager XL. Pareri discordi: “la cadillac dei sintetizzatori analogici moderni” (SOS), “ingombrante e scoordinato” (Gearsluts), “ma cosa te ne fai di tutti quei tasti?” (Gearsluts), “comprati un Little Phatty” (HomeStudioItalia) eccetera…

Intanto: a tutti i detrattori del MiniMoog Vojager XL vorrei dire: mi sembra di annusare un poco di invidia. Alcuni tizi ad Asheville con diciamo giusto una puntina di esperienza nel mondo della sintesi l’hanno pensato così per questo quello e quell’altro motivo. Il Vojager è una macchina enorme, ingombrante, difficile da piazzare. E’ pesante ed invade la scena, in più è incompleta, nel senso che non ha alcune feature tipiche di altre architetture specie se digitali – niente reverb-delay psicotico, per intenderci – . Però se lo accendi, lo lasci fermo dieci minuti, poi ti muovi un po’ sulle due ottave in basso, vabbè, capiscimi…

LIVE. Intanto la sua attitudine live è certamente danneggiata dalle dimensioni. E’ vero, è grossino. Non più di molti ampli da chitarra, testate basso o banchi mix però. E se in prima istanza la sua stazza si dimostra un problema, una volta montato spiega a chiare lettere che il portarlo fino al concerto di Monte Chissandove non è stata una buffonata. Se ci si sforza un pò con la vista la sua patch bay la si può riconoscere da mezzo chilometro: è o non è una feature da live? La patch bay è pratica, veloce, quasi del tutto completa. Questa macchina ha degli knob dal diametro circumterracqueo: anche questo è un merito in live. Poi: 1 tasto per 1 funzione. Ti piace vincere facile eh? C’è una touch surface sensibile a tre dimensioni, X, Y ed A + Gate, tutte e quattro patchabili. C’è un ribbon controller patchabile (a dire il vero un tantino impreciso…). Tutta l’architettura è rokers e knob. Dopo qualche anno smetti di guardare dove tocchi. In più è midizzato. Per cui in live si può tranquillamente utilizzare: con queste ultime caratteristiche anzi recupera tutto quello che perde in obesità.

In STUDIO: è il suo posto. Se poi riesci ad incastrarlo dalle parti del tuo sistema modulare, o synth analogici o ibridi, qualsiasi cosa con qualche ingresso in CV insomma, diventa un fulcro produttivo, la via pedonale in centro al sabato sera. E’ una macchina davvero mescolabile con il resto, contando poi che la maggioranza dei produttori moderni si rifanno al suo protocollo “1V/oct e +/-5V”. In una normale situazione midi infatti il mescolio delle macchine avviene soprattutto per via audio, in mix quindi od in routing particolari, generati con estrema fatica di “alza la macchina, non vedo, metti il cavo, ah no quello era l’input, ma perchècazzo li mettono così scomodi sti socket?”. Audio pertanto, piuttosto che CV. Inutile dire che se il mescolio si può effettuare anche in fase di sintesi vera e propria allora il controllo sonoro si amplia e si avvicina al completo. Con il Vojager XL si crea tutta una situazione di dialogo tra le varie altre unità che può davvero diventare “complessina”. Un po’ una modulazione, un pò il controllo dei cicli di una o più seconde macchine, un po’ il routing interno, talvolta le cose possono sfuggire di mano. Ma è davvero un grande vantaggio poter sommare, duplicare, invertire, offsettare molto CV, non dico tutto, ma molto si. In ogni caso il livello di complessità permesso è notevole. Se poi si aggiungono le possibilità ulteriori concesse dal suo piccolo ma efficace sistema operativo ci si rende conto che i livelli di delirio immaginati non sono neanche la metà di quelli ottenibili. Una Manhattan, un luogo in cui si prendono le decisioni e manipolano le masse.

PRIME IMPRESSIONI. Solidità, tre o quattro posizioni differenti del pannello, tra cui quella sdraiata che personalmente mi eccita parecchio, potenziometri fluidi (man mano che la macchina si scalda si allentano un po’… 🙂 ), una tastiera davvero gradevole da suonare ed ottime pitch e mod wheel. 2 output. 1 send/return che preleva i VCO ed ext-in a favore di un device esterno qualunque per poi recuperare il segnale elaborato ed utilizzarlo come input per il filtro. I soliti 3 midi ed external input con attenuatore.

IL PANNELLO.

La parte migliore. Rimandando a dopo la patch bay il primo elemento incontrato è un LFO dalla manopola cicciona. Lui oscilla e genera una frequenza, impostabile dal potenziometro. Basta. Al massimo vi è concesso di scegliere fra 4 tipi differenti di sync, tra cui gli importanti midi e key. Il secondo LFO invece presenta vere e proprie caratteristiche da modulare, con 2 input, rate e clock, 2 output invertiti, controllo manuale di rate e 6 differenti forma d’onda, tra cui hard e smooth S&H. Questo secondo LFO è volutamente incastrato all’interno della patch e possiede anche un cablaggio fisso interno verso uno dei moduli della medesima: una sezioncina di attenuatore + offset gli è dedicata. Molto intelligente ed utile, risparmi cavi per una feature che nove volte su dieci provi a ficcare dentro il suono che stai provando, e spesso ci riesci.

Al di sotto del LFO 1 troviamo ben sistemati Fine tune (circa 5 semitoni) e Glide rate, chiaramente evidenziati ed “a parte” perchè importanti.

A seguire troviamo 2 pannelli di modulazione con i quali si può fare moltissimo, anche se non tutto. E’ un vero peccato non averne un terzo però, magari con lievi differenze nel pre-patch delle source e destination. Invero volendo si hanno possibilità aggiuntive, almeno 4, dal pannello virtuale Pot Mapping, ma non è la stessa cosa. Alla lunga impari a memoria le posizioni dei chickenhead (=nome del disegno dei potenziometri a step utilizzati in quasi tutta la macchina) e ci giochi come nulla. Poi la programmazione è immediata e molto, molto fine. Si hanno solo 6 source, tra cui un ingresso fisico CV ed uno “virtuale”, e solo 6 destination, tra cui è assente la resonance. Però c’è filtro, tre pitch, wave dei 3 VCO (insieme) ed LFO. C’è da dire quindi che le source e destination pensate dai progettisti Moog sono piuttosto “sul pezzo”, e rispecchiano abbastanza quello che un musicista vuole nell’immediato. Perchè questo è, un synth per musicisti e professionisti dell’audio, non tanto per sperimentatori sociopatici di sonorità aliene. E’ un synth che ti fa il pezzo, basse comprese ( 🙂 ), e lavora e sta zitto, se si può dire così. E’ incline certo a vene di psichedelia e sperimentazione, ma sono pratiche queste che si imparano dopo un certo qual “periodo di prova”, prima del quale sono bestemmie e lead tutti uguali.

VCO sono 3. Il VCO1, in stile Moog, è il master di intonazione. Per cui il suo fine tune è il fine tune generale della macchina. Quindi: niente fine tune dedicato. Io questa la trovo un pò una pecca, ma i gusti son gusti e dico ciò solo perchè non ho ancora compreso le ragioni dietro tale ormai storica scelta, a parte quelle economiche di risparmio sui componenti. Gli altri 2 oscillatori invece hanno una bestia così di potenziometro, fluido ed accessibile, centrale per fattening, detuning, chord e hard sync. Specialmente quello del VCO2 può dare certe soddisfazioni talvolta… Parlo del VCO2 in particolare perchè ad esso è legata l’unica funzione di hard sync della macchina ovvero VCO2 slave di VCO1. Nessuna, ma nessuna altra macchina mi è sembrata finora così convincente nei riguardi dell’hard sync: instabile, aggressivo, moderno ed antico insieme, ha una pasta davvero particolare ed unica. Dal tagliente al cromato, dall’enarmonico alla più perfetta sincronia. E’ facilissimo infatti trovarsi a “sintetizzare canto armonico”, una sorta di ancestrale mantra di origine mongola in cui si producono con la medesima voce una nota di bordone ed una (o piu!!) di armonico superiore, emettendo così di fatto due note contemporanee, cosa assolutamente impossibile in qualsiasi altro genere di canto umanoide ad oggi conosciuto. Oltre a ciò comunque questo specifico hard sync offre timbri piuttosto convincenti sulle medie, per lead e parti in rilievo. Questa caratteristica è davvero lodabile ed è una delle mie preferite.

Uno Scale da 6 posizioni ed un potenziometro dedicato alla forma d’onda, o waveshape, completano la dotazione degli oscillatori sulla strip.

Al di sotto di essa invece abbiamo accesso a VCO1=>VCO2 SYNC, VCO3=>VCO1 FM,  VCO3 Keyboard control (il vco 3 può uscire dal routing di CV della tastiera ed essere liberamente intonabile: questo permette di utilizzare il VCO3 in CV come un LFO/VCO addizionale) e VCO3 Frequency con 2 posizioni, HI o LOW, appunto per operare la “trasformazione” in LFO.

Andando oltre si trovano i pannelli del sistema operativo e il touch panel sensibile all’area di tocco, quest’ultimo dotato di 4 uscite dedicate in patch bay ed altre 4 gestibili dal pot mapping virtuale.

Mixer. Una certa fetta delle operazioni di sintesi pura la si opera dal mixer, che qui prende il posto di 5 attenuatori. Se posizionati in senso totalmente orario sviluppano una lieve e piacevole saturazione tutta analogica. Essi sono i livelli di Ext-in, VCO1, VCO2, VCO3 e Noise generator, un generatore di rumore bianco semplice.

Il LADDER. E’ lui. Come disse un mio amico “minchia lo accendi ed è quel suono lì cioè, quel suono lì hai capito?”. Il filtro di Moog non è in discussione, lavora bene. E non sarò certo io a criticare o snobbare un modulo che sforna hit e capisaldi della letteratura musicale da decenni. Ma, onestamente, il filtro del Vojager talvolta può lasciare perplesso: a colpirmi, leggermente in negativo, è la sua spiccata tendenza, troppo spiccata, al guadagno unitario. Una resistenza pilotata in CV dal livello di Resonance impone un abbassamento del livello in ingresso al filtro. In poche parole appena si tocca la resonance il volume scende di 5dB medi. E’ tanto. Nel tempo si impara ad iniziare con reso=0 e volume=5 e finire con reso=6/7 e volume=10. E’ l’unico modo di arginare il danno in livello rms, ma sicuramente le basse saranno un minimo sacrificate. Questo per dire: non è il filtro che fa cagare, siete voi che non siete capaci ad usarlo… In realtà questa scelta ha varie scusanti, tra cui il non sempre efficace apporto che la resonance da alle basse frequenze, o la marcata volontà di rispettare il timbro Moog originale. Già nel Little Phatty questa tendenza è minore, ma non di troppo.

La resonance manda tutto in auto-oscillazione a cavallo della posizione 8. Il risultato dell’oscillazione sono una o due forme sinusoidali piuttosto pulite. Durante l’auto-oscillazione in modalità dual lowpass (due LPF in parallelo) è piacevole giocare con i battimenti che si creano manipolando il controllo di spacing. Invece in posizione HP/LP in serie (=BPF) la resonance alta è sinonimo di Q piuttosto stretta. In questa modalità poi, con resonance più moderate, un settaggio di cutoff piuttosto alto corrisponde ad un comportamento parecchio HPF, se aiutato dallo spacing anch’esso in senso orario. Viceversa, con spacing antiorari, il carattere di taglio è meno aggressivo.

Oltre ai soliti cutoff e resonance nel pannello del filtro troviamo l’utile Kb amount e l’ottimo spacing. Con quest’ultimo in particolare si ottengono in maniera semplice timbri alquanto formanti (vocali) e modulazioni caratteristiche, anche di panorama stereofonico oltre che timbriche. Inoltre è comodo poter mandare in battimento le frequenze di risonanza dei due filtri.

Si perchè i filtri sono due, e configurabili. A parte la scelta 6,12,18,24dB/oct indipendenti per ciascun filtro, ottimo, c’è anche la possibilità di impostare due catene:   n.1: mixer=>LPF1 in parallelo con LPF2    e     n. 2:mixer=>HPF1 in serie con LPF2 ottenendo così  per la prima un duplice low pass original ladder e  per la seconda un piuttosto buono BPF per il quale la resonance funziona più come fattore di merito che come vero e proprio feedback di segnale, come farebbe in un LP o HP singoli.

La presenza di 2 filtri anzichè uno lo porta ad un livello di possibilità tonali leggermente superiore al suo babbo, dal quale prende il nome, ovvero il sig. Model D. Sono macchine simili ma differenti: mentre il mitico Model D, specie i primi 2000 esemplari, aveva un astio immotivato verso l’intero creato, pura bestia da selvaggina, aggressività figlia di una sana impetuosità adolescenziale (si ricorda che si era abbastanza “agli inizi”, la Sintesi era un’arte giovane e tutto sommato immatura) il Vojager si presenta sì autorevole, ma più educato. Il filtro è meno enfatico, sembra, ma ugualmente efficace. In un onesto confronto AB tra i due si rischia di confondersi e cercare di controllare con il pannello di una il suono dell’altra: i timbri si somigliano tanto da far pensare ad un doppione che magari, dato il costo di ambedue, ne faccio anche a meno. Tuttavia il Model D a mio parere suona più cattivo, presente e violento, anche se più semplice. Per quello che puoi suonare tra una riparazione e la seguente, s’intende. Il Vojager tira fuori anch’esso timbri eccezionalmente arrabbiati ma solo dopo una certa attenta serie di manipolazioni, faccenda peraltro che dovrebbe essere un divertimento e non un peso ingestibile, come in effetti è con il Vojager (un divertimento intendo…). In ogni caso è naturalmente più affidabile, stabile in intonazione, solido e compatto del Model D tutto solamente perchè più moderno, fatto per durare, ma moderno. E. CON. IL. MIDI. Producilo tu un pezzo DubStep, Goa, Drm ‘n bass, quello che vuoi, senza il midi. Vai vai, voglio vedere. Il midi aiuta. Non solo note ma velocity, automazioni multiple, LFO sincati al bpm, program change tra due patch simili ecc. Buttalo via.

I soliti due inviluppi completano il quadro. VCF e VCA nel classico formato ADSR in un range da 10millisec a 10sec circa, release disattivabile da tastiera e rocker hold davvero molto utile. Gli “algoritmi” di ADSR sono ottimi, morbidi o pulsanti, interrotti direi, a seconda del caso.

In chiusura: Volume di uscita e potenziometro headphone belli grossi ed isolati, in evidenza al termine del percorso del segnale, come Dio comanda.

Panoramica del pannello

LA PATCH BAY.

Onestamente mi ci diverto un sacco. Grazie al midi ed agli LFO analogici in sync, che in quanto analogici potranno syncarsi al segnale bpm ma in maniera un po’ imprecisa ed incostante, la macchina è un vero e proprio centro di controllo del laboratorio di sintesi. Con essa, grazie al già citato protocollo “standard” della sintesi 1V/oct e +/-5V, è molto semplice controllare più unità esterne, syncando outboard differente con impressionante velocità e conseguente resa artistica. Ma oltre al sync è possibile trasmettere modulazioni differenti, “importare” e lavorare segnali di CV esterni, fino a creare veri e propri sistemi tipici di complesse architetture modulari, in cui ad un certo punto non si tocca più nulla perchè si è perso il senso di cavi, potenziometri eccetera. Si lascia lì due o tre giorni, ogni volta che si accende si fa qualche modifica ma senza voler davvero variare qualcosa. Poi al quarto giorno si scabla tutto di colpo a macchine spente e si riparte.

La patch bay, che ricordo è per il CV, non l’audio, è formata da: 23 output puri, 3 mults da 3 copie, 14 input puri, 2 moduli attenuatori con offset, un mixer 4in/2out con offset, un LAG processor rise+fall da 10millisec ed il già citato LFO2 con tutte le sue features.

La completezza è dunque sostanziosa. Si possono lavorare una ventina di variabili contemporaneamente e solo tirando cavi. La praticità implicita in questo sistema, così “fisico” e disordinato, è indubbia. Detto questo due gravose mancanze mi hanno però infastidito: la mancanza di un CVin per la resonance, pecca indiscutibile, tanto più che a pannello c’è proprio un “buco vuoto”, un pannellino cieco dove invece dovrebbe stare questa funzione. Unico rammarico effettivo di tutto il sintetizzatore, davvero una falla antipatica. Secondo ma minore difetto: manca anche il CVin dedicato allo spacing, parametro del filtro che sarebbe carino poter controllare in CV. Detto questo è meglio sottolineare che le due sopracitate funzioni sono tranquillamente espletabili dal pannello virtuale di pot mapping, ma il CV per la resonance, quello dovevano mettermelo. Ammettendo quindi che è solo questione di pigrizia, ripeto: il CV per la resonance, cazzo!  🙂

IL MANUALE. Il manuale in realtà è un bel libretto formato A4 rilegato in metallo e sufficientemente ben fatto, gradevole da studiare. Questi sono dettagli che implicano rispetto verso il cliente. Certo se mi mettevano il CV sulla resonance… ma grazie comunque dai.

I CIRCUITI. E’ ancora in garanzia e, mi capirete, evito di aprirlo ancora per un po’…

Occhei, non è vero. Testando un EG sulla breadboard gli ho sparato un +15V dritto dentro l’uscita di GATE e si sono fritti una decina di integrati.

Allora l’ho aperto.

Non ero del tutto tranquillo, sai, avevo appena bruciato 4500 euro (in realtà c’è stata una mezz’ora di buio in cui sono stato fortuitamente ed a forza trattenuto dallo scaraventare una sedia fuori dalla finestra).

Devo dirvi che è piacevole vederne la board.
Ne ha tre: una è l’alimentazione, leggermente troppo piccolina per il bestione di macchina che è: pecca.
La seconda è la scheda digitale. SMD varia, chip digitali. Ci sta.
La terza è una bestia così di scheda trough-hole, bellissima, con molti 5532, qualche 074, qualche 13700 e due o tre Burr-Brown che, aaaahh, fa proprio piacere vedere.
Poi è anche carino vedere alcune correzioni “al volo”, tipo una resistenza letteralmente volante tra due IC e vari artifizi da scaltro. In fondo fanno quello da 60 anni…

Volete sapere come è andata a finire poi? Beh, la parte analogica si è fatta riparare. Tre IC saltati.
Ed a quel punto dici: vabbè, suonare suonerà, magari non salva le patch, magari, chessò, non gestisce il midi, ma suonare suonerà. Ebbene, col cazzo. Macchina morta nonostante una scheda analogica completamente in ordine. Le bellezze dell’era digitale. E così gli ho spedito altri 300/400 euro e loro, gentilmente, mi hanno fornito una nuova scheda digitale.

QUANDO LO SUONI.

Rimani affascinato, basito, annoiato, stupefatto. E’ affascinante la patch bay, la rapidità del routing, l’immediatezza dei controlli. E’ fastidioso dover correggere ogni tocco di resonance con il livello di uscita master, cosa che lascia sempre perplesso, o basito, come si diceva. Può annoiare la sua tendenza ad offrire timbri prevedibili: lo resetti, lo accendi e suona così e suonerà sempre uguale. Ma è questo che fa un synth. Se volete andare di preset in preset alla vana ricerca di qualcosa che almeno vagamente si adatti al brano sotto ai ferri prendetevi una DX7, o un Blofeld o FM8. Questo è un synth per adulti.

Per ultimo si rimane stupefatti. Eh si perchè in fondo suona bene. Sarà ciccio, mal pensato, limitante e con troppi tasti (suona dieci minuti una linea melodica di Bach poi vieni a dirmi se hai “troppi tasti”), sarà “vecchio” e stupidamente monofonico, sarà “moderno” e quindi non più Moog (questo lo dicono i vecchi lupi della sintesi, no? “ai miei tempi…”) ma il MiniMoog Vojager XL è una macchina produttiva affidabile e creativa, un fulcro di controllo CV e quasi del tutto midizzato, è in grado di passare dal clarinetto della suite n.2 al violino wagneriano al leader dei Prodigy al theremin dei Beach Boys in quattro, metti cinque pomelli.

Con quello che costa.

Per cui MiniMoog Vojager XL, concordo con SOS: è la Cadillac dei moderni analogici, se la Cadillac fosse un’auto… 🙂

La Cadillac modello Eldorado (1953)

 

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