RECENSIONE: Sherman Filterbank v2.0

Lo Sherman è un filtro tutto per i cazzi suoi. Pensato, montato ed assemblato in Belgio, questo attrezzo porta con se tutto lo spirito insonne e cattivello di quei luoghi, famosi per le birre ed il freddo cane. Ci sono molte idee, tutte ottime, sperimentate in quest’architettura insolita e personale. In questo articolo si cercherà di scovarle ed enfatizzarle dabbene, quando sarà il caso.

PREMESSA.

Prima di partire ad analizzare pannello e funzionalità sottolineiamo come nel passaggio da filterbank versione 1 a filterbank v.2 si sia preponderatamente passati da un prodotto ancora pensato molto a componenti discreti ad un filtro, il 2, totalmente smd. Questa scelta, che avrà fatto cadere a picco le richieste di assistenza per rotture o malfunzionamenti, è comprensibile per vari motivi: l’smd è più sicuro, meno fragile, e continua ad essere analogico. Niente da dire infatti, questa macchina suona molto bene, ma l’smd, a mio parere, si sente. Non vorrei ora inimicarmi questo o quell’ “espertone” di elettronica ma per me l’smd si sente, checchè ne dicano. In sostanza è leggermente più freddo e stressato di molte macchine puramente discrete, più rumorose, meno precise, ma più calde, di solito. Come premessa vorrei quindi sottolineare questa caratteristica: è un analogico smd. Pregi e difetti.

I FILTRI.

Data la “complessità” del pannello partiremo ad analizzare la macchina dalla sezione filtri anche perchè, voglio dire, è un filtro.

I processori presenti sono due, identici in fatto di comandi disponibili, appena simili come comportamento in utilizzo: già questa è una peculiarità mica da poco. Il filtro 2 infatti, sebbene presenti caratteristiche del tutto simili all’1 in quanto controlli disponibili presenta comportamenti leggermente differenti nel range dei 30-60Hz ed è detentore di un controllo di resonance decisamente più aggressivo del filtro 1. Quest’ultima feature è interessante perchè molto facilmente si avranno i due filtri in serie fra loro, e differenti “pesi” di resonance possono tornare utili.

I filtri sono multimodo a 12dB/oct. Punto. Se serve un 24 dB te li metti in serie e non rompi. I modi disponibili sono i soliti LP, HP e BP, con potenziometro. Questo permette di ottenere vie di mezzo interessanti, come un LP povero in basso e più frizzante del solito (a metà strada tra LP e BP). O un HP con una maggior presenza di basse. In ogni caso, dato che i filtri sono due, in serie o parallelo, le possibilità diventano già molte.

Il CUTOFF si comporta in maniera leggermente differente a seconda della modalità utilizzata. Usando i filtri in modalità dual si possono sentire le differenze, evidenti in tutte e tre le modalità, per cui tipiche del circuito di filtraggio vero e proprio. I due processori si comportano in maniera leggermente differente: sembra che il 2 sia leggermente più ampio in “spettro lavorabile”, e sicuramente con una minor tendenza ad una certa “problematica” tipica dello Sherman. Infatti entrambi i filtri, il 2 meno dell’1, sviluppano, a ridosso delle zone di frequenza più basse, un certo “fischio”, quasi un aliasing analogico. E’ vero, non è una macchina perfetta, e da questi difetti lo si deduce senza punto impegnarsi, anche perchè la prima cosa che fai per provarlo è una bella sweep di filtro con sorgente saw: e li te ne accorgi subito. E’ anche vero però che se ti serve lavorare nel range delle sub-basse facilmente avrai la sezione di eq di quel canale “libera” da incombenze sulle alte: ciò porta a correggere, quando necessario, dal banco, che in effetti non era occupato. Abbassando di alcuni, molti, dB dai 3000-4000Hz si corregge puntualmente il problema. Se vi va bene è così.

Un altro aspetto da sottolineare è la sua totale mancanza di protezioni del segnale in uscita sulle basse. Te lo dice sul manuale, fai attenzione. Il filterbank sviluppa facilmente frequenze in pieno range sub-audio, quindi 5 o 10Hz. E non ci sono ulteriori filtri ad eliminarle, in funzione di proteggere gli apparati a valle. Semplicemente se senti che distorce togli delle basse. Il fatto è che con frequenze così basse è impossibile “sentire” qualcosa. Ciò porta a valorizzare la sacrosanta abitudine a registrare a -12/-18dBfs, forma mentis che sicuramente attutisce questi problemi. L’avvertenza rimane comunque valida in live, dove alcuni coni in debito di ventilazione possono allegramente staccarsi dalla sede e farsi un giro in sala.

Utile poi il controllo -B/-B+LH, un nome un perchè. -Band/-Band+Low and Hi. Sono semplici somme e sottrazioni di “modi”, dalle quali ricavare un certo recupero in basse frequenze, un classico BRF o l’annullamento del segnale passante per quel filtro. Dico annullamento perchè questo comando permette proprio il muting del “canale”, piuttosto che un bypass. Essendo poi un pots si possono ottenere varie sfumature d’intervento.

Quando si usa lo Sherman 2 si rimane di stucco per una funzione che Herman Gillis, il suo creatore, ha pensato: il SYNC MODE. E’ quest’ultimo un intelligentissimo comando che permette di sincare le due frequenze di taglio secondo differenti modalità. Sono presenti infatti il sync normale, in cui 1 è master e 2 è un semplice slave. In questo modo, con i due filtri in serie, otteniamo un semplice e molto molto efficace 24dB/oct, che controlliamo utilizzando esclusivamente il pots del cutoff 1. Ma non finisce qui: sono presenti ben 10 posizioni ulteriori, ciascuna delle quali shifta il cutoff 2 di un certo intervallo al di sotto del cutoff 1, che, ricordiamo, è il master. Così facendo si ottiene un accordo di due note, se si enfatizzano un pò le resonance. Tra gli accordi disponibili, con root in C: 1 quinta sotto (F), 1 ottava sotto (C), 2 quinte sotto (F), 2 ottave sotto (C), 2 ottave in minore (G#) eccetera. Come si nota è un comportamento puramente armonico, solo in “scendere” piuttosto che in salire. Idea geniale. I due filtri si muovo “applicando un accordo armonico” al timbro in ingresso, il quale sarà pesantemente influenzato. Il formant, in questo caso, è sempre dietro l’angolo. Il comportamento rimane valido sia in serie che in parallelo naturalmente dato che lo slave, il 2, è posto a valle dell’1 (in serie), cosa che, in modalità LP, è proprio quello che vogliamo. Il risultato timbrico di questa feature è FAN.TAS.TI.CO.

La resonance è da sentire. Per cominciare questo non è un processore a guadagno unitario, come un ladder moog, per cui toccando la resonance non si percepisce nessun calo di presenza del segnale in ingresso. Se quindi l’architettura Moog vi infastidisce, come alle volte succede, questo filtro può interessarvi. Inoltre la resonance è buona parte della timbrica di questa macchina: tagliente, incisiva e moderna. Quella del filtro 1 ha un range d’intervento limitato, nel senso che comincia ad autoscillare circa in posizione 7, e difficilmente diventa fastidiosa prima del 10. A riguardo del filtro 2 invece il comportamento è volutamente molto enfatizzato, con un’autoscillazione anch’essa riferentesi alla posizione 7 ma molto, molto più intensa. Probabilmente il “trucchetto” sta semplicemente nell’uso di un pots lineare nel caso 1, logaritmico nel caso 2. E’ la possibilità più ovvia. In ogni caso questa caratteristica è davvero lodevole; la logica intima di questo filtro non è scontata e ci si compenetra, filtro-utente intendo, nel tempo. Per cui inizialmente questa feature può non sembrare niente di che. In realtà pone il filterbank in un’ottica di utilizzo ben precisa in cui il primo filtro è utilizzato per “l’aggiustatura tonale grossolana” ed il secondo come “enfatizzatore di bande di frequenza”. Tutto il filtro, funzione sync per prima, è pensato sotto questa luce.

A completare le funzioni dedicate ai due filtri troviamo il pots di amount +/- del modulo EG, cosa che sembra scontata ma che nei fatti rende questa macchina davvero “stand alone”, ovvero molto “automatica e biologica”.

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ALTRE FUNZIONI.

Sono molte e sono centrali nell’ultilizzo.

Input gain: è un semplice input gain? Affatto. Fino a 5 abbiamo un attenuatore di linea. Da 5 a 10 un distorsore a transistor. Perchè? E perchè se questo è un filtro, ed i filtri lavorano sulle armoniche, che ce ne siano allora, di queste armoniche, no? E distorcere è uno dei modi più semplici per complessare un timbro semplice. Lo Sherman: prima le fa, poi ci pensa.

Durante la stesura di questa recensione si è utilizzato un Korg MS-10 del ’78 nel Re inferiore dello scale 32′, con master gain a metà corsa. In particolare durante l’analisi all’oscilloscopio di una dente di sega processata, è proprio il caso di dirlo, dallo stadio di input dello Sherman, si notano nell’ordine, partendo dal silenzio: un normale innalzamento di volume che innesca, in maniera un tantino “vivace”, prima il triggering della macchina generale, al quale si riferisce un EG dedicato in modalità AR, poi il secondo trigger, che si riferisce ad un secondo EG, in modalità Envelope Follower o ADSR classico, a scelta. Questo secondo trigger pilota le due frequenze di taglio a seconda della quantità e del verso impostati dallo knob di envelope amount, già descritto a proposito del pannello del filtro. Continuando ad incrementare il livello di input notiamo una progressiva ma notevole squadratura del segnale e in ultima istanza, quando la dente di sega è ormai un vago ricordo, si evidenziano una serie di “addizioni tonali” particolari, come ulteriori squadrature “a scala” in alcuni punti dell’onda al solo pensiero di muovere un pò il cutoff. Un’onda partita come dente di sega può rapidamente trasformarsi quindi in una quadrata 50%PW e, manipolando la frequenza di taglio, si può facilmente ridurre il PW al solito 30% o anche meno. Il tutto senza toccare la sorgente. Sembrano, queste, banalità, o piccolezze senza fini pratici: invece tenute a mente quando si processa un loop di batteria o un leader aggressivo tornano comode: e se questa cassa la provassimo “quadrata al 33%” ? Massì vai… E tutto in 3 pomelli, anzi due…

Attorno alla funzione di input, già di per sè particolare, troviamo un triplice switch per la scelta: normal, sensitrigger o limiter, a seconda del livello rms del segnale in ingresso. Utile. E’ un processore che lavora alle strette dipendenze del livello in ingresso, avere uno switch a 3 posizioni dedicato a questo parametro denota buon senso progettuale. Inoltre comunica effettiva e approfondita conoscenza dell’hardware che si propone. Lo Sherman non è un processore per tutti i segnali, tutti i generi, tutte le sorgenti che ci pare: non ce lo fai un pad morbidissimo, un violoncello di Vivaldi. Semplicemente è troppo sporco, troppo sensibile alla distorsione, troppo infedele al segnale in ingresso. Se ti serve la pulizia, la trasparenza, semplicemente non infilare il cavo nell’input: lo Sherman è fatto per sentirsi.

Sempre dedicata al segnale in ingresso è la funzione hi-boost ed hi-cut, rispettivamente calibrate all’uopo in funzione di segnali deboli la prima e forti la seconda. Altrimenti, con segnali non perfettamente calzanti, si generano distorsioni e comportamenti non lineari, come se in questo stadio del mix fosse un problema.

Un terzo switch è presente poco sotto: segna “+ octave/+ quint“. E’ il selettore disponibile per spostare il range d’intervento del cutoff di un’ottava o di una quinta sopra. Esticazzi direte voi. No, serve: con il + octave si schiarisce il timbro, si generano effetti movimentati a ridosso di un’automazione già impostata, senza quindi toccare uno knob. Se ci serve “provare a vedere com’è” ci hanno messo lo switch.

La funzione + quint invece mi fa impazzire. Apparentemente inattiva con FM a zero o niente TRACKING, funzioni di cui parliamo a momenti, utilizzata invero in tandem con quest’ultime è una delle feature più interessanti dell’intera macchina. Ha un carattere particolarmente sporcarello, ed aggiunge, a seconda del livello di FM impostato e dell’altezza della nota, una specie di submodulazione. Chiaramente il carattere definitivo del timbro è alle dipendenze strette di resonance e filter mode ma, una volta “imparata”, +quint è una feature da non tralasciare mai. Tu prova, male che vada la togli. Assolutamente spettacolare su voci distorte.

Tracking. Niente male come trovata. Intanto è una fonte ormai accertata di “randomize”: una volta su dieci funziona, ma quella volta funziona proprio. Sub-basse violente e medie psicotiche. Le altre 9 volte, come in ogni randomizing rispettabile, si scartano. Dico ciò perchè questa funzione tanto per cominciare imposta la macchina al contrario di come siamo abituati ad usarla. E si perchè con lo switch fuori dalla posizione centrale (è uno switch a 3 vie) il filtro 2 diviene il master del filtro 1, esattamente all’opposto di come accade con il ben più utilizzabile pomello Sync, ma sempre tramite di esso, con relative conseguenze (il VCF1 si “downtunerà” come abbiamo descritto a proposito del comando sync mentre il VCF2 starà fermo). Questo genera una serie di pseudo-randomizing indotti dal fatto che non si riesce bene a capire cosa c’è che non va, se il filtro 1 è rotto o cosa, e allora si procede ad un violento e rabbioso spippolamento che sì, distrugge ogni traccia del lavoro precedente ma, come dicevo, introduce un timbro assolutamente strepitoso ogni dieci. Avercene. La vera funzione di questo comando però, al di là delle mie considerazioni filosofiche, è un abbastanza rivoluzionario tracking della frequenza in ingresso, meglio se monofonica e semplice in forma d’onda: i due filtri, o meglio il VCF2, al quale fa capo il VCF1 via Sync-mode, seguiranno la frequenza in ingresso adattandosi, come riescono, ad essa. Ora mi arriva l’esperto di sintesi e mi dice: “Embè? E’ ovvio scusa.” Si, è ovvio, nei synth è ovvio. Questo è un filtro stand-alone. Questo è un filtro stand-alone che non ha bisogno di un comando di CV per capire di quanto come e dove spostare le sue frequenze di taglio. La soluzione adottata da Heman Gillis implica che il filtro sia alimentato solo ad audio e lo stesso capisca come comportarsi. Nei sintetizzatori c’è una copia del segnale di CV in uscita dalla tastiera che muove, a seconda della quantità di kbd amount impostata, il cutoff, così da ottenere un comportamento omogeneo della macchina al salire delle note riprodotte, un timbro univoco tra le diverse ottave. Ma, ripeto, questo è solo un pezzo di un synth, e sarebbe lecito da parte sua fregarsene bellamente dell’altezza del segnale in ingresso, e rimanere immobile lì dov’è. Detto questo vorrei sottolineare come questa funzione sia probabilmente la più difficile e scarsamente utilizzata di tutta l’architettura.

FM. E’ qui rappresentata da un pot. Indica l’ammontare di modulazione di frequenza introdotta a cavallo della frequenza di taglio di ciascun filtro. La frequenza modulante, da come ho capito, è il medesimo segnale processato e trasformato in CV. E’ una funzione davvero notevole. Parlando di un singolo circuito filtrante man mano che si aumenta il livello del CV modulante si introducono notevoli mutazioni timbriche, principalmente introdotte squadrando il segnale di CV originario. Ciò comporta timbri nettamente più vispi e vivaci, nonché molto larghi e presenti, ed un maggior contenuto di armoniche dispari. Inoltre, come sappiamo, i filtri sono due. Con risonanze alte e un briciolo di orecchio si raggiungono molto facilmente “accordi” a tre voci, due date appunto dalla reso e la terza introdotta dalla modulazione FM. Non male da una sorgente monofonica. Non male dato il fatto che possiamo usare qualsiasi sorgente monofonica, chitarra, voce, grancassa… Detto sottovoce: con FM non eccessiva  il timbro formante è sempre dietro l’angolo. Altra feature disponibile: l’FM è comandabile in CV in audio da qualsiasi sorgente esterna, magari un secondo synth alimentato con la medesima, o anche no, linea MIDI.

AM. Grande. Hanno fatto quello di cui abbiamo appena parlato anche a riguardo dei livelli delle sue uscite disponibili, ovvero sui livelli dei VCA. La chiave per rullanti da oddiocristo.

LFO. Mentre c’erano hanno infilato un LFO +/-5V che infrange senza tema il muro del suono, utilizzabile di default per modulare i due cutoff in senso naturale o invertito. Quando la follia prende il sopravvento. Disponibile in versione SIN, DownSAW ed EF (legge il segnale proveniente dall’EG e si resetta).

ADSR. Hanno messo un amount positivo/negativo dedicato a ciascun cutoff, che prende segnale da un Envelope Generator in classico stile ADSR. La grande idea dietro questo modulo, che per il resto si comporta in maniera morbida o scattante a seconda delle necessità, è questa sorta di auto-looping, feature davvero preziosa. Inserendo un tono saw continuo con release corti ed attack+decay lunghi si possono ottenere movimenti inconsulti dei due cutoff, che si resettano in base a non si sa quale accadimento. Un senso c’è, ma non del tutto. E’ come avere un secondo LFO, ma più modellabile e psicotico. L’ADSR può essere disattivato in funzione di un Envelope Follower AR, per timbri più consueti.

Serie/Parallelo. Quanto è comodo serie o paralello? Ed in più è uno knob!

Wet/Dry. Il controllo di quanto bagnare il suono. Super necessario. Lo Sherman infatti, lo avrete intuito, non è affatto una macchina di cui fidarsi per ottenere pulizia e rispetto timbrico. E’ piuttosto un macellaio di armoniche in crisi con la moglie. Per cui non sempre ci va che la sua furia funesta, tutta la stressante frustrazione che sfocia in rabbia e bile avvelenata si manifesti in tutto e per tutto. Sto dicendo che il bypass a volte fa comodo e qui è presente un gradiente di bypass.

E se non bastasse è midizzato. Si possono gestire la maggioranza delle operazioni in MIDI. Personalmente non ho mai provato perché sulla prima pagina del manuale c’è un warning! grosso così che non ho ben decifrato a proposito del giusto cavo MIDI, altrimenti ti esplode l’unità. E così ho evitato. Comunque ci credo che funzioni.

LA PATCH BAY.

E’ presente una fila di ingressi: Pedal, Signal, FM, Trigger ADSR, Link, AM, Trigger AR, Power.

E’ presente una fila di uscite: LFO, Link, ADSR, Out1, Main Out.

Tra gli ingressi è degno di nota, oltre a FM ed AM, il Trigger AR che permette di triggerare l’unità da una sorgente esterna, e con il quale è facilissimo finire sul mitico “trance gate”.

Tra le uscite invece è bene sottolineare questo secondo Audio Out, l’Out1, che, se utilizzato, separa il segnale del VCF2, che rimane nel Main, da quello del VCF1, che uscirà dall’Out1. Questa scelta va inquadrata come conseguenza dell’impostazione serie/parallelo, che incattivisce o meno la curva di taglio, e può fornire un ottimo false-stereo magari sbagliando di poco i cutoff fra loro.

QUANDO LO USI.

Eh, ce ne sarebbe da dire. Formant, sub-basse, leader orcheschi, batterie disintegrate, compresse, annullate in un vortice di rumore bianco e cenere. Voci demoniache anche parlando normalmente, astronauti, comunicazioni disturbate.

Non ci puoi fare: pad, la suite n.2 e voci e cori angelici. Niente, su quelli niente. Proprio è intelligente ma non si applica.

Alle batterie ed ai bassi dona caldo, non calore, caldo, è diverso. Se invece esageri diventano totalmente un’altra cosa. Agli oscillatori fissi minimo alza il livello, il formant è dietro l’angolo, modulazioni dal quarto di Hz alla piena gamma audio, risonanze puntute e performanti specialmente nel range medio alto. Se esagerate diventano tenui e zanzarose, ma non serve esagerare.

Niente preset, a meno che non si riesca MIDI, qualche imperfezione “strutturale” (quel cutoff1 che nel range delle sub-basse fischia e che, come abbiamo visto, non è poi un così gran male se hai un eq da qualche parte sul banco…), potrebbe, dati lunghi tempi di inutilizzo, ossidarsi un minimo, come molto altro hardware “genuino”. L’ossido è un pò come il fondino dei suicchi di frutta che se c’è la merdazza vuol dire che è naturale, solo che è lì fermo da una settimana. Poi, come ultimo contro, la mia unità deve stare sempre accesa, giorno e notte. L’ho imparato dopo anni di utilizzo ed è anche suggerito dal costruttore. Sempre acceso, come i banchi del ’70. Essì perchè per lungo tempo ho detto “massì sarà una fregnaccia, figurati se” ed invece si erano cominciati a creare dei problemini, neanche tanto -ini: la macchina, da accesa che era, semplicemente “scompariva”. Funzionava ancora tutta eccetera ma il suono, di quello neanche l’ombra. O forse sì, un’immagine sfocata ancora rimaneva, quasi l’odore ecco. L’unico modo per farlo tornare a ragionare era togliergli e mettergli due o tre volte l’alimentazione, così, di brutto. Alla lunga si sarebbe rotto. Da quando invece ho, mio malgrado, acconsentito alla sua pressante richiesta di alimentazione costante da allora il nostro rapporto è migliorato e stiamo pensando addirittura di sposarci e fare un figlio.

Con le macchine è così, bisogna imparare a capirle. Nonostante il dialetto belga e l’attitudine vikinga una volta compreso il succo del suo carattere lo si rivolta come un calzino e difficilmente ne si può fare a meno in una composizione, a meno che non si tratti di “Ape Maia” o “Apri La Tua Bocca, La Voglio Riempire”, famoso canto del periodo liturgico pentecostale.

Voto? Molto alto.

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