RECENSIONE: Formanta Polivoks (Поливокс) n.0290089

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Si, è vero, il filtro ce l’avevo già. Però vuoi mettere…

Arriva dagli Urali in un enorme scatolone di polistirolo, importante ed inutile allo stesso tempo. Il synth a parte qualche botta è intatto. Un paio di viti si sono staccate e sono finite ad ostruire un RE ed un Do#. Stanno li sotto perchè i contatti della tastiera sono magnetici e le viti di qualche lega ferrosa. Poco male, dovrò aprirlo e dare un’occhiata…    🙂

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Gli integrati sono scritti in cirillico!!

Vedendo questa foto Niccolò scrisse: “Ma questa roba è porno!”

Sulla manifattura interna ci sarebbero critiche da porre: i “chiodini di plastica” fusi sulla carcassa di metallo che nel tempo si staccano e vanno in giro per il synth, gli ICs senza basette, la barra spugnata che tiene ferme le schede interne o altri particolari che quando l’hai rimontato non sai più dove andavano e se ci andavano. Ciò comunque grava poco sul risultato ed anzi forse lo migliora pure. Le macchine sono meno macchine quando hanno qualche difetto.

Qualche, ho detto.

ASPETTO ESTETICO GENERALE

Duro. Grosso. Bello e maledetto. Militare.

E’ una vera e propria valigia di alluminio rivestita in vinile con cerniere metalliche di quegli anni. La parte di contenitore “che non suona” contiene due vaschette di plastica per stipare cavi, riduzioni, il pedale e naturalmente l’erba.  🙂

Il pannello è plastica su metallo (!!). Noi oggi avremmo fatto il contrario, semmai. Ma negli anni ’80 in CCCP la plastica era un signor materiale utilizzato per finiture di quasi prestigio.

A parte il cirillico, roba che dopo un po’ ci si abitua, il pannello è di chiara interfaccia modulare. Si riconoscono i pannelli soliti, un LFO, uno di regolazioni generali e via di seguito VCO’s, filtri, inviluppi, VCA.

Sparsi ci sono dei rocker strani, ma strani. Levette bianche piuttosto inedite.

La distribuzione dei pot è fantasiosa ma non malvagia e dopo breve tempo ci si trova ad usarlo ad occhi chiusi.

I potenziometri continui al tatto risultano poco morbidi, come “secchi”. Un po’ i materiali di partenza – il Popolo aveva poche pretese in fatto di morbidezza -, un po’ gli ormai 33 anni di vita, insomma, pecca giustificabile.

I selettori rotativi invece il contrario: duri a morte. Di quelli che lo provano – allievi, amici – la metà puntualmente chiede: “ma è normale, non è che lo scasso?”. No, non lo scassi.

Lo switch d’accensione devono averlo preso in prestito da una centrale nucleare o comunque qualcosa di molto pericoloso. Vi assicuro che ogni volta che lo premi hai paura di rompere l’equilibrio diplomatico tra due nazioni, di cui una a caso è l’Ucraina…

ACCENDERLO.

Accenderlo qualche minuto prima di suonare. Se fa freddo PIU’ di qualche minuto. MAI lasciarlo una notte di primavera in macchina ad aspettare il mattino del concerto. Se proprio non ne si può fare a meno ricordarsi che potrebbe impiegare addirittura 30-40 minuti a prendere intonazione. Si assiste qui ad un tipico effetto di componenti termosensibili, nella fattispecie due integrati responsabili dell’intonazione nei VCO’s: avviene con buona probabilità un pesante ed ingestibile drift di frequenza su ambedue i moduli. Appena il tempo di scaldarsi, e ciò come già accennato dipende dalla temperatura/umidità di partenza, e tutto torna a posto.

Se lasciato la notte prima con il comando HOLD (вкл) inserito durante l’accensione sarete testimoni di un tipico lamento da gatto isterico. Niente paura, tutto normale, basta premere una nota.

Se il vostro studio non alimenta le macchine presenti con un circuito separato da quello luminoso, ovvero nell’80% dei casi, e se è presente un interruttore a relais inutilizzato da qualche oretta assisterete ad un accadimento curioso: accendi la luce ed il Polivoks ti compie un’intervallo di quarta, o di quinta. Poi di nuovo. Poi di nuovo, ma stavolta un intervallo sbagliato, una specie di terza. Poi basta. Fantastico…    🙂

Ultima feature non presente a pannello: in talune situazioni in cui l’impianto elettrico convoglia carichi numerosi e variopinti, come in concerti, esposizioni e fiere, si è talvolta notato un singolare fenomeno: la nota cambia al toccare lo chassis. L’intervallo è quasi sempre di una quinta. Come avere una touch surface attorno alla macchina. Fa sorridere eh? E’ il bello, a mio parere, del vecchio.

Perchè vecchio è vecchio, ma sono in pochi a resistere al suo sound, qualcosa che non è Moog, non è Korg, non è ARP e tanto meno tutti gli altri. E scusate se è poco.

VCO1

Tratto i due VCO separatamente non tanto per via di una palese distinzione timbrica tra i due quanto più per sottolineare alcune intelligenti scelte progettuali da parte di Vladimir Kuzmin, progettista, che ha pensato di fornire una macchina il più possibile completa nonostante la totale assenza di patchabilità. Ed è stata proprio questa sua ambizione, che poi alla fine è quella di fare il lavoro “bene”, ad avergli conferito l’onore di non cadere tra i dimenticati della storia, come forse la sua paga ed il regime che la imponeva avrebbero predestinato. Come dire: il denaro fa le cose, l’amore le fa meglio.

E dopo questa pillola da telenovelas brasiliana passiamo a suonare un po’ questo oscillatore.

Lo SCALE (ДИАПАЗОН) prende in considerazione cinque ottave, dal piedaggio 32′ al 2′, cosa che permette la normale flessibilità riscontrabile in quasi tutti i VCO. Il passaggio tra l’una e l’altra ottava è quindi scalare ed il selettore è talmente duro da farti chiedere ogni volta se lo vuoi fare davvero.

La WAVEFORM si avvale nuovamente di un selettore a cinque step, triangolare, saw, quadrata e due pulse di diversa larghezza, fissa.

Nell’immagine sottostante sono rappresentate le prime tre forme d’onda, belle e non del tutto riconducibili ai soliti Moog o Korg che, a seconda dei modelli, presentano shape dagli andamenti leggermente differenti, quale più quale meno.

VCO1 waves

A riguardo di saw e pulse le peculiarità terminano qui. Sono oscillatori densi ma leggermente meno ricchi in bassa frequenza rispetto ad un ModelD od un modulare DotCOM, che si riscontrano più solidi e monolitici. Di contro risultano squillanti e penetranti, con le armoniche alte piuttosto ben rappresentate.

A riguardo della triangolare invece, un po’ la Cenerentola delle forme d’onda, su questa macchina riserva una sorpresina. Mentre un picco del triangolo risulta netto, generando armoniche alte, il secondo picco nasce morbido, stondato, ed in lieve fluttuazione.

VCO1TRIA bode2VCO1TRIA bode1

Come dimostrano questi due screenshot a breve distanza, nel tempo il livello delle armoniche di poco superiori ai 2kHz “ondeggia” di circa 6dB. Inoltre si denota a prima vista un decadimento armonico del tutto inusitato per una triangolare, la quale solitamente non “recupera” armoniche dai 3kHz in su. La distanza tra il livello della fondamentale e queste manifestazioni rende le suddette meno appariscenti. Tuttavia con un semplice e poco preciso sistema di analisi ce ne si può accorgere. Se poi si considera che il medesimo comportamento si riscontrerà anche sul secondo oscillatore è piuttosto intuitivo presumere che la somma tra i due sia molto difficilmente qualcosa di perfetto, donando una sottile vitalità al timbro.

L’LFO LEVEL, o модуляция se preferite, è un semplice attenuatore del CV proveniente dall’LFO e in ingresso al pitch. La curva di risposta è lineare. Sappiamo tutti com’è.

A fianco però troviamo un comando sul quale invece da dire ce n’è. E’ il pot che porta la dicitura генератор II, una delle migliori possibilità tonali su questa architettura, dal sound davvero insolito e particolare:

ГЕНЕРАТОР II non è un sync e nemmeno un FM. Neanche una AM. E’ una sorta di X-modulation, preleva il segnale audio, waveform compresa, dell’oscillatore 2 e lo immette nel VCO1. Presumibilmente è il pitch a subirne le conseguenze, ma il circuito di send è stato calcolato con tale eleganza, o con tale mancanza di paragoni, da non lasciare dubbi: è proprio un’invenzione.

Per quanto mi riguarda sono un grande estimatore di ГЕНЕРАТОР II.   🙂

Dona un carattere terribile al VCO1, uno stress, un cambio di faccia tale da non credere. E senza, o quasi, diventare insuonabile. La perdita d’intonazione invero c’è, ed è più che palese superando l’80% della corsa di ГЕНЕРАТОР II,  ma la mutazione genetica che sentite il più delle volte vi fa fare spallucce. Questo pomello è senza ombra di dubbio una delle punte di diamante del Polivoks. Ricordiamo che questa macchina è duofonica. Ed il VCO1 è di default la nota alta. Ecco perchè ГЕНЕРАТОР II è stato messo lì…

VCO2.

A riguardo del VCO2 sono valide le considerazioni esposte a proposito dell’1. I comandi si ripetono ad esclusione del mitico генератор II, qui sostituito da un indispensabile controllo d’intonazione, o РАССТРОИКА. Esso vi condurrà a produrre intervalli di +/-9 semitoni in cui rientrano le varie terze, quarte e quinte rispetto al VCO1, che rimane la fondamentale dell’intera macchina.

DIFONIA.

La seconda perla preziosa: si hanno due modalità: con o senza.

Senza, o 1-ГОИ: i due oscillatori si sommano e suonano contemporaneamente la medesima nota. Al premere di un nuovo tasto gli oscillatori si affretteranno a riprodurre la frequenza corrispondente. Unison mode. Il timbro è denso. Anche senza un’apposita forzatura delle intonazioni reciproche – un po’ di detuning per intenderci – la pasta timbrica è grassa e completa. Non ci pensa due volte a ricordarti che fisicamente sono due schede diverse, o che fisicamente non vuol dire virtualmente. In questa, che è la modalità con la quale più frequentemente si suona un synth monofonico, la funzione генератор II perde grandemente di efficacia ed, anzi, talvolta “danneggia” la larghezza e la presenza del suono.

Con, 2-ГОИ: ma tanto è “con” che lo suoni il Polivoks. E’ presente uno switch sul pannello di comandi comuni, uno di quei rocker “strani”, che scattando emette un BLEEEEP piuttosto udibile. Si è passati alla modalità difonia. Da ora in poi i due oscillatori produrranno la medesima nota se un solo tasto è premuto, il timbro leggermente differente dal precedente, con i VCO liberi da ogni legame che mostrano tutte le loro differenze di lavoro. Viceversa però ora premendo due tasti gli oscillatori s’intoneranno sulle due note scelte, dedicando come già accennato al VCO1 la nota più alta.

Mentre già di suo questa feature farebbe invidia a molti blasonati ARP, Korg e varie, nel periodo storico in cui il Polivoks ha visto la luce, beh, noi avevamo il DX7, il Prophet 5 ed il mitico Oberheim FourVoices. Quindi questo rocker si, c’è, ma in fondo chissenfrega.

Vista invece con gli occhi di oggi… spesso io suono il Polivoks solo per giocare con più di una nota per volta, e magari il Minimoog sta lì a dormire…

Notiamo una cosa: come si diceva la nota più alta la suona il VCO1. E sul VCO1 c’è questa robetta, l’ormai noioso ГЕНЕРАТОР II. In difonia sentiamo tutto il suo valore: il VCO1 “incorpora” la frequenza e la forma d’onda del VCO2. Il VCO2 presumibilmente suonerà una nota più bassa rispetto all’1 e questo genera appunto quella serie di distrofie timbriche accennate poco fa. Una bassa frequenza destinata al VCO2 insinua nel timbro del VCO1 un sacco di violenza, e quel poco di glide dona un’imperfetto stridore aggressivo, un avvicinarsi convinto ed espressamente guerrafondaio. Il VCO1 man mano non è più se stesso ed ora, una volta abituati, tornare al solito, triste dente di sega è una possibilità che ci irrita profondamente. Nel frattempo il VCO2 ha tutta la sua bella mano, la sinistra, dedicata, ed un poco lo abbiamo tenuto avanti nel mix rispetto all’1. Se poi lo si sbatte un’ottava sotto rispetto all’1 allora produrre dubstep o farsi un giro sulla Gazza Ladra di Rossini sono entrambe ottime idee.

In assoluto la combinazione di queste due perle di saggezza, ГЕНЕРАТОР II e 2-ГОИ, rende il Polivoks un vero e proprio cavallo di razza.

IL PANNELLINO NASCOSTO.

Ci sono tre trimmers per ciascun VCO dedicati alla loro intonazione fine nascosti dalla placchetta plastica che porta serigrafate Поливокс ed il simbolo Formanta. Servono per accoppiare i due oscillatori in modo che i due controlli d’intonazione, uno generale ed il secondo dedicato al VCO2, riflettano a pannello valori compatibili con la corsa del pot in uso. Utilissimi se la macchina è stata molto tempo ferma o ha dovuto subire restauri massicci che l’hanno destabilizzata. Dato che gli oscillatori del Polivoks sono termostabili dovrebbe essere una procedura piuttosto rara.

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МОЛУЛЯТОР – LFO

A riguardo dell’LFO è presente un selettore di WAVESHAPE. Sono presenti triangolare, quadrata, noise e S&H. Sono tutte sorgenti normali a parte il noise che introduce davvero del rumore nel circuito audio, modulando, si fa per dire, il parametro scelto. Mah… il resto va bene.

A fianco si trova un pot continuo per regolare il RATE dell’LFO. Questa è una pecca, e va detta. Il rate dell’LFO è nettamente sovrastimato, ovvero va troppo veloce. Non è possibile modulare, a differenza di molte altre architetture anche di quei tempi, al di sotto di un certo bpm, piuttosto alto se parliamo di un LFO. C’è la scusante che non avevano paragoni, la Russia di Breznev era, dopo quella di Stalin, la più chiusa nei confronti dell’occidente, forse più di quella di Chrushev. E c’è inoltre la scusante, doppia e molto meno “filosofica”, di due diconsi due ADSR looppabili (!!) che sono una meraviglia e che compensano piuttosto bene questa scelta/limite/errore costruttivo.

In ogni caso il settaggio è quello e non ci si può fare niente a meno di non aprire la macchina, scovare il trimmer di regolazione e sperare di non mandare tutto a puttane spostando di qualche millimetro il centro del trimmer dal pallino giallo sul quale è fermo da anni (spiego: ogni trimmer e tutta una serie di viti interne sono “toccate” di un bel giallo canarino. E’ una leccatina di vernice densa, fatta per segnalare l’avvenuta calibrazione/check del particolare. Certe cose ad oggi possono far sorridere ma a quei tempi in effetti era un buon metodo… e comunque se aprite un moderno synth modulare è molto probabile che ritroviate lo stesso “trucchetto” a profusione).

MIXER

E’ un sommatore senza troppi fronzoli. Presenta i due livelli dedicati ai VCO, il Noise ed un controllo per l’External In. Se stressato presenta un lievissimo incremento di THD, neanche lontanamente paragonabile però a quanto può avvenire in un sistema pensato anche per stressare, come certi mixer di casa DotCom, molto validi per saturare le forme d’onda prima di un VCF.

ФИЛЬТР – VCF

Terza e non ultima perla, ma qua proprio si parla di eccezionalità. A riguardo di questo modulo ho addirittura un paragone costruito a mano da Niccolò Caldini dei MRL, ampiamente recensito al seguente link.

https://stefanobersanetti.wordpress.com/2012/10/18/mrl-polivoks-vcf/

Devo ammettere che le somiglianze sono molte e, se aveste tempo, vi consiglierei di dare una scorsa alla recensione sopra linkata. Non è comunque un mistero che il filtro del Polivoks sia uno dei meglio riusciti della storia della sintesi, per lo meno di quella di quegli anni. Il caratteristico suo taglio profondo, l’assenza di guadagno unitario e questa RESONANCE così, come dire, da bestemmiatore ubriaco, ne fanno un must-to-ear. Non è insolito produrre canti armonici, formanti, sweep da sgranare gli occhi, fischi, gocciolii, grancasse techno con il basso in levare. Il filtro del Polivoks a mio parere è assolutamente in lizza per il premio Filter of the Century (and also of the following century, and maybe another one…).

Unica pecca: la corsa del CUTOFF è breve ed a noi moderni utilizzatori, abituati che se una cosa va da A a B devo per forza sentirla lavorare da A a B, può far strano. Ma se il cutoff ha questo comportamento ci sono almeno due motivi: in parte le deficienze tecnologiche di quel contesto sociale, che hanno prodotto “con quello che abbiamo” il “miglior filtro che possiamo dare al Popolo ed al Partito”. Per secondo poi la volontà di lasciare molto gioco alle modulazioni ha fatto il resto, trasformando un deficit in un’opportunità. Esse infatti sono due, LFO e ADSR dedicato, e si sommano con gran facilità al sol guardare i due AMOUNT. Il risultato è presto detto: se non si esagera con la lentezza il filtro fa delle robe allucinanti.

Sono presenti le posizioni LP e BP. Nella seconda via è lecito aspettarsi un timbro che, data la corsa del pot così limitata, scivoli nella forte somiglianza con un HP, pur rimando lapalissianamente un BP appena si torna entro un range di lavoro interessante. Anche in modalità BP comunque questo filtro mantiene tutte le sue forti peculiarità timbriche.

Un’altra segnalazione di estremo merito va rivolta al comportamento della RESONANCE, davvero modesta come intervento nel primo quarto di corsa ma nettamente impattante sul timbro continuando ad alzare. Il comportamento non è affatto a guadagno unitario e ciò genera una risposta talvolta eccessiva, con fischi e distorsioni notevoli, e possibili danneggiamenti di preamp. Ma rimane, o forse proprio per questo è, una signora resonance, musicale e potente, fluttuante ed onirica. Quello che rende l’azione congenita di cutoff e resonance così irresistibile è la fortissima tendenza all’instabilità. Non c’è verso, da un certo livello di resonance in poi, di sentire il cutoff davvero fermo. Il filtro scivola, alternandosi tra una e l’altra frequenza di cutoff, così intensamente feedbackato da risultare veramente ballerino.

Come avrete intuito, un po’ questo ФИЛЬТР mi piace…    🙂

Non esistono altri controlli, CUTOFF, RESONANCE e MODE, punto. Ad esempio manca il Keyboard Amount, ed entro certi limiti chissenfrega direte voi. Ed avreste pure ragione: con questo timbro, scusate, ma chissenestrafrega doppio del KeyAmnt…

 

polcxem14 VCF

Notate la relativa semplicità dello schema relativo al filtro.

ADSR 1 e 2. Gli EG.

Naturalmente dedicati a VCF e VCA questa è la quarta furbata di questa macchina: ambedue lavorano in modalità canonica io sopra e tu sotto, con i ben noti controlli di Attack Decay Sustain e Release. I tempi non sono esattamente fulminei ma decisamente brevi sì, mentre sulle lunghe distanze permettono, a partire dall’apertura del gate, modulazioni di parecchi secondi.

Inoltre, sempre mantenendo il gate attivo a resettare il ciclo, vi è la possibilità LOOP. Questa feature completa davvero la macchina, rendendola ricca di carattere e fascino creativo.

Ambedue gli EG infatti con LOOP ON e Sustain a zero iniziano un ciclo di ripetizioni di gate che termina in funzione del tempo di Decay. Ovviamente sarà presente anche l’Attack a determinare l’altra parte dell’inviluppo ciclico, così da poter gestire differenti sfumature di una triangolare-up or down sawtooth in bassa frequenza, questa volta molto bassa, che non fa sentire la mancanza di un LFO lento lento.

D’altro canto poi entrambi gli EG cascano facilmente in gamma audio semplicemente azzerando, o quasi, i tempi di Attack e Decay. Feature semplicemente fondamentale per donare un’impressionante dose di follia ai propri timbri. Da sperimentare, come è ovvio, sia su VCF che su VCA.

Il risultato della mescola di queste quattro modulazioni – 2 ADSR ciclici + “2” LFO identici dedicati a VCF e VCA – è semplicemente stucchevole. L’uso di un delay poi trasforma tutto in un orgia di armoniche e schiaffi.

Ed il Polivoks sostituirà la vostra donna per un po’.

VCA

Un semplice amplificatore che, se non forzato dalla modulazioni di LFO, risulta settato a volumi mediocri, non certamente paragonabili a quelli di un modulare +/-15V. Se lo si obbliga – modulandolo – emette alti livelli, ma anche questi ancora inferiori all’esempio di qui sopra. In realtà l’escursione è notevole, e forse proprio per questo spesso “ci si tiene” e non gli si da tutto l’LFO in pasto. La paura di rompere tutto con certe macchine datate è sempre dietro l’angolo. E poi voglio vederti a trovare l’equivalente moderno di un integrato marchiato in cirillico.

KEYBOARD

La tastiera è tra il mediocre ed il pessimo. I tasti sono debolucci ed instabili. Ovviamente niente velocity o aftertouch. Sensazione di poca fiducia durante il playing. E’ facile prendere due note contemporaneamente, ovvero “steccare di brutto”. Il retrigger è “a salire”, ovvero la nota riprodotta sarà la più alta, come nei Korg d’annata, quindi suonando una scala discendente sarà semplice “dimenticare” una nota premuta e così ritardare la linea melodica con una spiacevole sensazione di fuori tempo. Per di più non esistono controlli esterni per una seconda tastiera, e ci mancherebbe pure. E quante cazzo di tastiere volevi avere in casa ai tempi di Breznev? Meglio una in meno che una in più, fidatevi.

Ritengo quasi meglio i tasti della Bontempi quella per bambini sotto i 2 anni, quella rossa con le faccine degli animali che sorridono. Ma noi italiani siamo un po’ viziatelli in fatto di manuali.

Per concludere questa sparata a zero nei confronti dell’antica tradizione organaria sovietica, pari a venticinque minuti scarsi se va bene, i contatti dei tasti sono magnetici. Ovvero non so come faccia contatto e come sia il circuito ma nel mio c’erano due tasti che non suonavano per due stupide vitine provenienti da chissà dove ed acchiappate dalle calamite durante il tragitto Kursk-Mosca-Milano-Torino.

Meglio non lamentarsi, in fondo la macchina era ed è praticamente perfetta e funzionante, ma che cazzo: magnetici? E allora non usare viti di ferro.

MASTER E CONNESSIONI

Per il pannello MASTER presenti all’appello i controlli di PHONES, TUNE generale della macchina (ed unico tune per il VCO1), GLIDE, ma solo per il VCO1, piccola pecca ma interessante a livello timbrico e VOLUME dell’intera struttura.

In panchina: Switch 1-ГОИ/2-ГОИ (mono o difonia) ed il terribile switch ВЬIXОО, che non è umano, è Klingoln, e ti frega sempre: sarebbe la scelta tra la mandata solo cuffie e la mandata cuffie/out in contemporanea. Sembra stupido ma ho visto orecchie molto molto provate dalla classica esperienza “ma come cacchio è che non si sente?” Non si sente non si sente poi tocchi quello switch e perdi i capelli in un istante.

A riguardo delle CONNESSIONI troviamo, sulla mia unità – perché le situazioni variano da macchina e macchina, ricordiamo che sono strumenti che girano da una trentina d’anni- MASTER OUT ed EXT IN sotto forma di TRS da 1/4″ mentre l’uscita CUFFIE ed il PEDAL IN usano i DIN5 (!!!) che per chi non lo sapesse sarebbe il cavo MIDI. Si, monta il DIN5…   🙂

VOTO.

Ma che voto! Io me la sposo…    🙂

polivoks_18 olimpiada_kuzmina_polivoks_designer polivoks_prototype

Qua rappresentati rispettivamente: il Logo Formanta Polivoks, Olimpiada Kuzmina, designer e moglie del progettista Vladimir Kuzmin ed il progetto estetico del prototipo.

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2 thoughts on “RECENSIONE: Formanta Polivoks (Поливокс) n.0290089

  1. Un paio d’anni fa, ho raccolto un Polivoks talmente malandato che non credevo neanche io di riuscire a resuscitarlo.
    Pezzi di ricambio originali da un riparatore radio di Tomsk; fatto.
    Imparare a a bestemmiare in cirillico; fatto.

    Dal momento esatto nel quale ha ricominciato a suonare come dovrebbe ho capito che non lo abbandonerò mai.

    Alcune aggiunte ad una recensione ottima:

    Se volete che il portamento vada su entrambi gli oscillatori basta unire due tracce sulle schede, io ci ho messo uno switch in modo da secegliere che modalità usare.

    I contatti della tastiera funzionano tramite “Ampolle di Reed”.
    In parole socialiste, si tratta di un interruttore normalmente aperto fatto da due sottili lamine di metallo chiuse in un’ampolla di vetro.
    Il fondo del tasto incorpora un magnete, premendo il tasto si avvicina il magnete all’ampolla, il contatto a suo interno si chiude e il synth suona. Efficace e alla portata del popolo.

    Attenzione quando sostituite i Din 5 poli con dei jack TS.
    In uscita sono presenti sia la l’output ad alta impedenza che quello di linea.

    Se potete e soprattutto se vi volete bene giusto un attimo, sostituite TUTTI i cabalggi elettrici volanti del circuito dell’alimentazione, le linee 220V viaggiano su cavetti dalla sezione ridicola, tipo cavo cuffie.
    I condensatori della PSU sono quasi a contatto con lo chassis in alluminio, credo che il “cambio di tonalità” sia dovuto a quello, ma preferirei non folgorarmi nello scorpirlo.

    Midi retrofit installato, si trova per pochi rubli ed è facile da montare.
    Potete controllare il filtro tramite una modwheel remota e byapassare il potenziometro di stato, se vi va.

    Detto questo, credo sia davvero la cosa più affascinante sia mai passata nel mio studio.

    Un synth patate e salame con vodka.

    Ne ho trovato un’altro anch’esso in condizioni oscene, ormai non ho più paura del socialismo reale.

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