RECENSIONE: Waldorf Rocket

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Partiamo da un dato: costa 225 euro.

Aggiungiamone un secondo: praticamente tutto il percorso del segnale è analogico, se si escludono gli oscillatori.

Terzo dato: il filtro non è malaccio.

Ecco a voi il Waldorf Rocket. Cerchiamo di capire questa nuova trovata di Waldorf che, dopo aver tirato fuori il Blofeld, anch’esso un low-budget synth, continuano per la loro personale strada nel mondo della sintesi stupendo, rompendo, meravigliando e deludendo, insomma: facendo parlare di sè.

CARATTERISTICHE a prima vista.

Alimentato 5V, tramite usb o alimentatore stand-alone. Tramite l’usb passa anche il segnale midi oppure è disponibile un ingresso midi a parte. C’è anche un midiOut, porta che sul Blofeld non è presente.

Potenziometri di livello medio basso giustificati dal prezzo.

Circuiteria chiaramente e puramente smd.

Manca il pot di attenuazione del livello master, cosa che reputo una “disattenzione” sufficientemente grave da essere sottolineata. Chiedimi 10 euro in più ma il volume devi mettermelo.

Esteticamente ottimo, a mio gusto.

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VCO

Sono digitali. Niente di male, il prezzo giustifica abbondantemente questa scelta e ad orecchio il risultato è sicuramente soddisfacente, dove “soddisfacente” è un complimento. La peculiarità di questa architettura è la vasta serie di opzioni suggerite di soli due parametri continui disponibili. A differenza di un oscillatore classico sul Rocket non ritroviamo il parametro dell’intonazione, così caro alla tradizione analogica e modulare. Perchè? Beh i motivi ci sono. Il parametro pitch è stato introdotto storicamente per correggere le intonazioni instabili dei primi circuiti oscillanti, soggetti a subire surriscaldamenti e conseguentemente variazioni d’intonazione durante l’uso. Oggi con questi oscillatori digitali/smd superstabili non è più il caso. Ma c’è chi obietterà: “si vabbè ma il pitch non serve solo a quello” e sarebbe pure nel giusto; con il controllo d’intonazione si ottiene uno dei più palesi affetti di sintesi, il fattening, e molteplici altre trovate non appena si prende il VCO in questione e lo si utilizza per modulare qualche altro parametro, freq di cutoff, intonazione di un secondo VCO ecc. E ma allora perchè nel Rocket niente pitch? E perchè non serve. Questa macchina è stata pensata a scopo produttivo, non sperimentale. Questo tipo di architettura di sintesi fa di un difetto un pregio nel tagliare via dal proprio pannello tutte quelle particolarità sovrabbondanti che caratterizzano synth più sperimentali, forse più affascinanti ma di certo meno diretti al punto, che poi è fare musica. Non aspettatevi quindi sommatori algebrici, attenuatori da CV-patchbay e controlli vettoriali: il Rocket è fatto per andare diritto al suono giusto. Dimenticate quindi pad da cinque dimensioni, filtri mossi da diciotto parametri. Quelle robe Waldorf le lascial al Blofeld, ad esempio. E’ quindi sempre più palese l’intenzione di questa ditta: una macchina, economica, per soggetto musicale: una per i pad, una per i lead, una per sperimentare, una per produrre. Ed il Rocket è quest’ultima.

Questo VCO, che poi è un DCO ma facciamo finta di nulla, si articola attorno allo switch di forma d’onda. Già questo è anomalo e porta avanti una filosofia inaspettata, o comunque insolita in sintesi. Non mi pare di avere mai visto un oscillatore dare così tanto peso “logistico” alla forma d’onda. Ciò che sto tentando di dire è che in un’architettura “normale” – come se questa parola avesse un senso –  la forma d’onda è un parametro di pari importanza rispetto al pitch od allo scale, per dire. Nel Rocket invece le scelte relative a:

– numero di oscillatori

– loro comportamento reciproco (detune, chord, PW mod, sync)

sono posteriori (!!) alla scelta primeva, ovvero la forma d’onda. E’ strano ma, una volta visto in azione, convincente, sempre tenendo presente la premessa iniziale ovvero che questa è una macchina produttiva innanzi tutto. Analizziamo meglio questi comportamenti manipolando i due knob presenti.

D’ora in poi chiameremo 1 il potenziometro dedito a gestire numero di VCO / sync / PW mod e 2 il potenziometro dedicato a detune / chord.  Come si può intuire le potenzialità della mescola dei due parametri ci sono eccome.

POSIZIONE SAW.

Dato che la scelta Saw/Pulse determina fortemente il funzionamento dei due pots dedicati al VCO analizzeremo prima le caratteristiche strutturali e timbriche in questa posizione, Saw appunto.

TIMBRO. La dente di sega pura di questa macchina presenta una forma particolare. Se da un lato è ben presente il classico “dentino”, all’altro capo quasi a simulare una “distorsione valvolare” si nota una curva piuttosto pronunciata. Questo suggerisce che il timbro riprodotto sarà piuttosto ciccio intorno alle armoniche pari. Questa scelta costruttiva può giustificarsi nel fatto che così le due forme, saw e square, differiscono di molto. Nella figura sottostante vediamo il confronto di waveform tra, nell’ordine: Waldorf Rocket in rosso, Korg Ms10 in verde  ed in giallo il MiniMoog Vojager.roket+ms10+minimoog waveform

La frequenza è la medesima, un E2, ed i tre sintetizzatori sono accordati. Come si nota facilmente la somiglianza principale la si ha con il Vojager a riguardo della pendenza, sufficientemente differente dal piccolo vecchio Korg il quale presenta un andamento logaritmico più pronunciato. In ogni caso, come si diceva, la principale differenza tra i due “grandi nomi” della sintesi ed il piccolo Rocket sta proprio nella rotondità presso il picco inferiore, caratteristica che favorisce le armoniche pari (ovvero produce meno armoniche dispari). Il risultato timbrico però non è male ed è praticamente indistinguibile se non di fronte ad un confronto A-B.

HARD SYNC: si attiva solo in posizione SAW usando la prima parte del pot1. E’ una buona simulazione del classico effetto di sintesi. In effetti risulta leggermente “immaturo” in quanto sulle basse sgrana molto al posto di enfatizzare, quando settato apposta, l’armonia. Sulle medio-basse e medie si comporta bene. E’ naturalmente da sottolineare la trovata di Waldorf per renderlo più efficace o creativo: in posizione ∞ il Sync è statico. Muovendo invece il potenziometro1 clockwise s’imposta il tempo entro il quale l’ipotetico VCO Slave subirà un downtune da una frequenza di (credo) 7 semitoni maggiore verso la frequenza root, che corrisponde alla nota premuta. Questo simula un EG che emette una downsaw cablata sulla frequenza del VCO slave. E’ da dire, è una feature carina, si ottengono timbri molto “zap”. Difetto di questa posizione: deve resettarsi. Se non gli ribatti la nota non si attiva. Classico dei digitali lowbudget. E’ forse la pecca maggiore di tutta la macchina, dopo quella del pot VOLUME(!!!) mancante che quella proprio non gliela perdono.

UNISON: da metà pot1 in avanti si sceglie di non syncare nulla ma di lasciare i (molti ma virtuali) VCO oscillare per conto loro e sommarsi in un mixer del quale non abbiamo neanche un controllo disponibile. Non è un gran danno. Da come si comportano al tocco però si deduce facilmente l’origine digitale dei timbri del Rocket:

1. Scatta: questo è tipico dei digitali. Il classico “gradino” tra un’impostazione e l’altra. Qua lo si percepisce al passare da, ad esempio, tre VCO a quattro. Per un breve momento si assiste ad una sorta di marcato crossfade, forse per evitare un ben peggiore clip.

2. Sgrana: più oscillatori aggiungi più vorresti il “supersaw tonico e violento” e meno lo ottieni. Ad un parere puramente estetico entro il range delle medie freq. la somma dei vari VCO è sufficientemente ben suonante anche se talvolta, nonostante Waldorf ci abbia pensato ed abbia provveduto ad un incremento di +3dB per ogni oscillatore aggiunto, pecca di presenza. Certo che senza, con un solo VCO, ci si possono fare solo bassi techno, se no è proprio “una trombetta”. Aristotele direbbe che in medio stat virtus. Prendi due, tre, massimo quattro VCO e lavoraci. Otterrai un notevole incremento in larghezza senza rinunciare alla presenza. Aggiunti troppi VCO invece, fino ad un massimo di otto, a mio avviso non si ottiene un ulteriore allargamento né tanto meno presenza, in special modo sulle basse.

– DETUNE: è importante manipolare coscientemente il quantitativo di detune durante la somma. Questo parametro simula il classico effetto “phasing” dei synth analogici classici e finchè si operi in un ambiente composto da due VCO si capisce bene dove si stia andando a lavorare. Sul Rocket però, dato che gli oscillatori attivabili sono un massimo di otto ad un certo punto si perde un po’ la concentrazione ed è difficile dire quali e quanti VCO sono affetti da questa funzione. Di sicuro più di uno. E’ la chiave per il “supersaw come lo volevo” ma attenzione alle facili enarmonie. Piuttosto semplice ottenere battimenti.

– CHORD: Da usare previa scelta consapevole del numero di VCO. Lo si imposta semplicemente continuando la rotazione del pot2 oltre lo zero centrale. Funzionalità a mio parere interessantissima perchè offre quel minimo di sperimentazione armonica molto creativa. Sono stati insegnati alla macchina alcuni tra gli accordi più interessanti e l’utente selezionando il numero di VCO accesi complica o semplifica l’accordo. Inoltre in funzione del numero di VCO impostati la macchina seleziona differenti scale. Scelta di porre questa funzione onboard: azzeccata.

POSIZIONE PULSE.

TIMBRO.

Rosso: Waldorf Rocket, verde: KorgMs10, giallo: Minimoog Vojager.

roket+ms10+minimoog waveform PULSE

Notiamo delle cose partendo dal basso:

– quella del Vojager è la più “giusta” dal punto di vista della letteratura. Angoli crudeli, è davvero difficile ottenere pendenze più nette con circuiti analogici. Notare i bracci orizzontali quasi del tutto lineari.

– il Korg ha sì angoli stretti, ma meno delta tra i picchi, ovvero valutando la pendenza “particolare” che hanno i suoi bracci intermedi c’è meno pulse. Armoniche dispari leggermente meno presenti. La differenza ad orecchio la si può notare esclusivamente con un confronto A-B istantaneo in cui il Minimoog suonerà leggermente più selvatico.

– il nostro Rocket invece ha angoli tondi (!!!) e questo è strano… Vi giuro che il filtro è tutto aperto, ho controllato. A ben vedere anche nel piccolo Waldorf sono presenti dei brevi “contropicchi” ma se osservate la figura e confrontate i cicli rossi con gli altri capirete all’istante che gli angoli presenti sono la metà (!!!) del normale. Ok, questa è una caratteristiche che non necessita affatto di un rapido confronto A-B per essere notata. La Pulse di questa macchina infatti suona parecchio tonda, tozza, come imbrigliata. Suona un po’ digitale. “Ebbasta mò hai rotto!” “Ehh, ho capito, però è così…”   🙂

NOTA BENE. Non sottolineo “piccolezze” come questa a caso. Forse potrebbe sembrare esagerato il mio modo selettivo ed un po’ crudele d’analisi ma se state leggendo questa recensione, come altre, avete bisogno di alcune informazioni perchè vi interessa la macchina in questione. Se non valutassi queste caratteristiche non farei il mio mestiere, oltre a dire il falso, e le mie recensioni non avrebbero valore. Perchè quando va tutto bene è giusto sottolinearlo mentre se c’è un errore/stranezza/differenza dal solito sottolineare diventa necessario.

Quindi sì, la square suona molto digitale. A voi trarre le giuste conseguenze valutando lo specifico ovvero l’interfaccia, molto analogica, quindi limitata, del Rocket.

POT1: dallo zero centrale al counterclockwise si ha il controllo di PW statico, classico per questa forma d’onda. Porta ad un totale azzeramento del segnale in uscita, sacrificando del tutto la fase positiva.

Viceversa in posizione clockwise sempre rispetto al centro si ha la medesima lavorazione sul PW con l’aggiunta di un modulatore, un tipico LFO. Con questo parametro quindi la macchina ci permette di lavorare sulla frequenza di codesto LFO cablato su PW. Non è possibile intervenire sull’amount di questa modulazione ma insomma, va già bene.

POT2: valgono grossomodo le valutazioni fatte a riguardo della posizione SAW, ad esclusione del fatto che non si generano più di due onde contemporanee. Non c’è qui quindi la funzione “multisquare” o sync ma persistono le impostazioni esplicate a riguardo del POT1 ovviamente mescolate con quelle del POT2. Si potranno quindi avere accordi con PW modulato, detune di un VCO pulse (su due, s’intende), battimenti con PW stretto eccetera, le combinazioni sono molteplici.

GLIDE: naturalmente presente per ciascuna delle due modalià, saw o pulse, è un comunissimo lag di frequenza tra la nota precedente e quella successiva. Nel caso del Rocket non si hanno scelte: opera sul legato, non sullo staccato. Degustibus. Impostato così risulta comunque molto funzionale.

VCF.

Non ho ancora trovato in rete schemi elettrici di questo filtro quindi possiamo parlarne solo “ad orecchio”. Ed ad orecchio non è mica malaccio sapete. Suona molto moderno, dove per moderno si intende un poco Vst, ma questa è una caratteristica niente male specie per chi i Vst ha deciso di non usarli. E’ analogico, o almeno così dicono, e non ci sono prove, non ad orecchio, per confutare questa tesi. Quando è al lavoro con forme d’onda semplici è in grado di generare bassi molto precisi e puliti, utilissimi in situazioni trance “patinate” come la goa o la techno commerciale. Di facile autoscillazione, questo filtro “patisce” poco l’intervento della Resonace, alla moda Korg. Tuttavia la resonance, specie ad alti settaggi, risulta leggermente inopportuna ed “applicata” al timbro in maniera un poco innaturale. Sotto questo aspetto ho sentito di meglio. Tuttavia entro limiti di settaggio intelligenti non è raro ottenere notevoli migliorie timbriche dal suo uso, come un po’ tutte le Resonance insomma…  🙂

Su un’architettura così essenziale è stata un’ottima scelta l’introduzione di un filtro multimodo, particolare al quale ad esempio Moog non guarda anche se talvolta potrebbe. Come sulla serie Phatty a mio parere limitata dal solo, seppur versatile, mitico Ladder. Ok, va bene il Ladder, ma mettimelo un HPF in serie no?! Come tra l’altro fai sul Vojager. Vabbè. Alla Waldorf comunque ci sono arrivati ed il risultato è la presenza di questi due filtri che chiaramente si usano meno di frequente del solito LPF ma, ed è un dato di fatto, quando ne hai bisogno sono molto molto molto mooolto utili. Sia il BPF che l’HPF dovrebbero essere dei 24dB/oct, ovvero molto taglienti, e nei soliti contesti moderni dove si prediligono timbri non “accavallati” in frequenza questa scelta di inserire il filtro multimodo ha davvero un perchè. Molto spesso infatti il leader può dare fastidio al basso. E’ anche possibile trovarsi in contesti in cui le alte frequenze di un timbro di sintesi infastidiscano chaleston e cordiera di rullante. In questi casi avere il filtro multimodo permette comunque di portare a casa il lavoro senza dover bestemmiare più di tanto, ad esempio cambiando macchina.

Il parametro Keytrack aumenta ulteriormente le possibilità tonali. E’ frequente infatti sperimentare dopo aver già ottenuto una linea midi variazioni di chiarore e d’impatto del filtro, sempre più debole man mano che ci si avvicina allo 0% (Off). Utilissimo.

Il comando di Envelope Mod poi presenta una taratura particolamente attenta e funzionale nel contesto della macchina. Letteralmente il cutoff danza ad ogni nota premuta un po’ forte.

NOTA: questo synth così piccirillo ha davvero pochi comandi ma, rendiamo onore al merito, quei pochi l’hanno pensati bene. Un esempio su tutti il controllo di aftertouch: non è settabile a piacimento su un modulo, non è possibile variare la curva di risposta. Ma così com’è, ovvero cablato fisso al Cutoff e con la curva omogenea e funzionale che hanno scelto è a dir poco perfetto. Inoltre ci vuole un attimo per ottenere un’automazione di filtro da una qualsiasi Daw, dato che ognuna di esse manipola il controllo di aftertouch come informazione MIDI di default. Ottima scelta, netto guadagno in termini d’espressività ed automazione.

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VCA e BOOST

Il VCA, qui elegantemente “by-passato” come dicitura sul pannello, si riassume però nei controlli dedicati all’EG, qui denominato ENV. L’Envelope Generator in questione si avvale di un algoritmo ADR dove il livello di Sustain è dato per sottinteso. Inoltre lo stesso settaggio d’inviluppo controlla sia VCA che VCF. Escludere il filtro da questo comando è l’unica opzione che si ha. Quest’architettura è sufficientemente completa anche se mancano tutte le possibilità che si aprono quando abbiamo inviluppi dedicati a VCF e VCA separatamente. Inoltre sono preclusi inviluppi ad Amount negativo, ovvero con Attack e Release invertiti di polarità. Ma gli inviluppi classici, organo, pad, percussione, piano si possono fare tutti.

BOOST. Per notevole che sia a questo filtro, come ad ogni altro, garba un certo tocco di distorsione, ed alla Waldorf se ne sono accorti. Ed hanno inserito un distorsore. Transistor. Squadra. Pesante su timbri ricchi di Resonance. Must have per leader.

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LFO e ARP

L’oscillatore in bassa frequenza qua presente lavora piuttosto bene appunto in bassa frequenza. Il sync è stabile ed abbastanza accurato cosa che potrebbe anche sorprendere. Quando però lo si porta nel range delle alte e gli si impone un Amount un po’ elevato gli effetti non sono troppo musicali. Ma siamo alle solite, non è una macchina sperimentale. I parametri controllabili dall’Lfo sono Cutoff del filtro e Pitch.

Intelligentemente poi è stato scelto di inserire un arpeggiatore per il controllo dell’altezza della nota. Trovata musicalmente molto appagante, produttiva ed utile. I pattern inseriti sono furbi e, interessante idea, controllati dalla velocity. Ci sono due livelli di pressione:

– leggera: pattern scarno, c’è solo una parte della linea midi

– pesante: pattern completo, c’è l’intera linea di arpeggio

Contando che l’arpeggio si interfaccia al Glide l’uso della funzione Arp in questo synth è davvero creativa.

La funzione di sync alla Daw anche qui è stabile ed immediata ed il pot che prima controllava il Rate dell’LFO ora pilota un divider/multiplier, in funzione di come volete vederlo, che gestisce la velocità di esecuzione della linea di arpeggio. Un ulteriore “fonte di fantasia” si ritrova nel triplice switch che regola la direzione degli arpeggi a più note, che in pozione LFO rappresenta invece la scelta tra le solite tre waveform.

IL MANUALE

Waldorf fa i manuali brutti. E pure in pdf.

CONCLUSIONI

E’ una macchina studiata per fare le cose in fretta rinunciando ad una certa fetta di feature sperimentali a vantaggio della produttività. Waldorf ha stilato un elenco di must-have, ne ha cancellati alcuni ed ecco il Rocket, la macchina più diretta al punto che conosca, anche se, talvolta, poco fantasiosa. Ma nessuno dice che si debba sperimentare per essere felici, anzi…

– Vantaggi: davvero creativa, intuitiva, pulita

– Svantaggi: scarna, talvolta limitata, senza memoria, senza pot per il volume (!!)

Nel complesso un’ottima macchina per il prezzo richiesto. Consigliata.

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