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Prendendo in esame la millenaria storia della musica non è da molto che la qualità del suono è stata presa come parametro indispensabile per ciascun brano che desideri essere ascoltato. Prima dell’avvento della valvola, prima della registrazione su cera, lacca, nastro e supporti digitali, la musica era piuttosto un intrattenimento spontaneo, popolare, o sofferto e ben preparato ma comunque eseguito dal vivo. Per forza maggiore quindi si è sempre “lasciato correre”, quando più quando meno, sull’effettivo valore aggiunto che il pieno controllo del mix dei timbri può avere sulla riuscita di un brano. Prima dei nostri giorni infatti era la composizione l’aspetto centrale, quasi l’unico, di ogni opera musicale. Evolvendo certo migliaia di modifiche ed idee hanno creato generi, modi, culture, ma è solo in quest’ultimo secolo che la qualità timbrica di una registrazione ha realmente guadagnato importanza.

È anche ovvio poi: è da questo secolo che si registra…

Prima si scriveva, e naturalmente si era diventati bravi nel farlo, ma il timbro complessivo del mix era solo un abbozzo di ciò che pretendiamo di sentire attualmente in un disco.

Oggi invece, a più di cento anni dall’invenzione della valvola, non è più possibile vendere un brano approssimativo. Una rapida confrontatina tra i mix “adolescenziali” di ciascun aspirante producer ed il mercato musicale odierno rende in fretta l’idea che voglio esporre. È palese che in un contesto così altamente competitivo nasca non una semplice voglia quanto più una tangibile necessità, il bisogno di dare ai nostri mix un carattere più maturo e definitivo.

Bene, per fare ciò è necessaria un po’ di cultura.

Come i gruppi di percussionisti africani nei migliaia di anni abbiano stabilito fra loro segnali, richiami, clichè che migliorano il rituale. Come nel canto gregoriano si cominciò a riportare le note su grandi libri, proibendone alcune, meno consone a parer loro di glorificare l’altissimo. Come la musica classica ha inventato la figura del direttore, il gran maestro, consapevole che senza disciplina e struttura, senza ordine, nessun Wagner, Vivaldi o Bach avrebbero potuto esistere, musicalmente parlando. Come “ai bei tempi” dunque anche nella moderna versione dell’argomento ci sono cose che “se non te le dicono non le sai”. Tanto vale dunque studiarle proprio, approfondirle quel tanto per poter dire di sapere. Ma non un sapere fine a sé stesso bensì un complesso di nozioni e ragionamenti che davvero modificano il modo di intendere l’atto musicale, ed il prodotto finale rispecchierà questi canoni.

Durante la trattazione infatti verranno in luce pratici esempi, descrizioni di specifici prodotti chiave, “consigli per gli acquisti” quasi, per non trasformare la lezione in semplice dialogo astratto ma, anzi, per aiutare in modo pratico la creazione di un proprio personale background culturale, fatto di paletti, regole, nozioni da tenere a mente. Ci saranno poi parti matematiche e di fisica acustica: niente di grave però, e comunque il cervello è il muscolo che si sloga meno di tutti.

Questi corsi quindi vogliono dare basi tecniche, matematiche, fisiche, lessicali ed anche un po’ filosofiche a chi sogna di giocare ad armi pari nel mercato musicale moderno.

L’assioma è semplice: se conoscendo ho fatto male, figurati cosa succedeva se andavo a tentativi.

Detto in altri termini: su questo pianeta non è affatto detto che le cose vadano per il verso voluto: le probabilità sono basse e le variabili infinite ma se c’è un modo per limare la situazione a nostro vantaggio quello di sicuro è la cultura.

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